Moulin Rouge
“The greatest thing I have ever learnt is love and to be loved in return”.
Non è Shakespeare che parla, ma Baz Luhrmann, attraverso le parole di Ewan McGregor, il ragazzo terribile di Trainspotting, Skywalker del nuovo millennio. La sua piacevole interpretazione svanisce inevitabilmente accanto all’avorio luccicante di Nicole Kidman, sempre più brava e bellissima. Il cast di supporto è assolutamente delizioso e calzante, con la presenza di caratteristi già noti per questo genere di pellicole.
Moulin Rouge è una struggente storia d’amore, quell’amore che nasce, si impone e vince, nonostante -sempre e comunque- “the show must go on”. La cornice irreale di una Parigi in miniatura e volutamente finta aiuta a lasciarsi cullare nella sapiente costruzione di questo bel film. I colori eccitanti e dirompenti travolgono lo spettatore fino a carpirlo e a fargli vivere un po’ di quella Monmartre decadente e lussuriosa di inizio secolo. E sempre, su tutto, rifulge bianchissima la pelle della Kidman, in contrasto con gli scarlatti violenti di labbra e sete, presagi della tragedia annunciata e imminente. Luhrmann non è Shakespeare dicevo, né McGregor è Kennet Brannagh di “Molto rumore per nulla” o “Amleto”. Nemmeno l’abile regia, ammiccante al nuovo filone surreale di Magnolia, riesce a dare il vero abbrivio all’opera, nonostante stacchi degni di nota e di intuizioni piacevoli per amanti della buona regia.
Ma Moulin Rouge è “spectacular spectacular”; è un musical che reclama la sua appartenenza al genere senza complessi né vergogna. Con abilità e riverenza rivivono nella Kidman le dolcezze di Julie Andrews e Debbie Reynolds, mentre McGregor paga il suo tributo a Gene Kelly. Il balletto dei due protagonisti tra le nuvole e la Tour Eiffel non ha nulla da invidiare agli storici balletti dei grandi musical di successo. Ed è qui che emerge la vera intuizione di queste due ore di intelligente spettacolo. Tutti i ritmi, dalla scenografia e sceneggiatura alla regia, vengono scanditi dall’alternarsi dei brani musicali, non originali -e qui sta il bello- bensì presi in prestito da grandi canzoni del pop anni ’80, sapientemente scelte, da George Michael a Madonna, con tributi a Beatles e Queen.
E allora il gioco si fa intrigante, alla ricerca della citazione sempre opportunamente inserita e mascherata. Rimane un dubbio, dopo aver visto il film in lingua originale –ed è forse per questo che difficilmente ho amato il genere musical-: come faranno a rendere una tale caratteristica dopo il doppiaggio? Spettatore avvisato.
Da vedere.
Tommaso
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The Family Man
Prendete un giorno una storia qualsiasi...
Avete presente il classico copione da commedia degli equivoci a sfondo sentimentale?
Ora prendete una sceneggiatura mediocre, senza alti nè bassi, piattamente stile statunitense.
Vi manca ancora un clima natalizio di fiocchi di neve che cadono a comando nei momenti più scontati, un angelo nero (in senso "razziale") e un po' moralista che scorrazza a suo piacimento, novello "deus ex machina" e infine - immancabile - New York, thebigapple NY, con il Village e i richiami a Woody Allen.
Il piatto base non vi attira? avete ragione.
Ma ora mettete a bollire un grande attore, un grandissimo attore: Nicolas Cage.
Lasciatelo cuocere per benino. Lasciatelo cantare a squarciagola "...la donna immobile" dal cinquantesimo piano di un grattacielo, lasciatelo destreggiarsi alle prese con donne mozzafiato e bambini esilaranti. Lasciatelo raggiungere vette degne di Deniro e Al Pacino...
Aggiungete un pizzico di surrealismo grottesco, di bassa provincia alla "Coen"...
Una scena tra tutte: la bambina, atterrita, lo esamina, toccandogli il naso: "hanno fatto un buon lavoro", "Chi?" risponde lui. - "gli alieni" - ..."non mi infilerai niente in testa per gli esperimenti vero?"... "No, lo prometto"... Un grande sorriso... "Benvenuto sulla terra"...
Salate per benino, ridete e piangete con loro: sarete soddisfatti.
Attenzione, rischia di cuocere troppo e di diventare un po' pesante.
Servire con un lieto fine quasi scontato.
Erede del capostipite Harry Ti Presento Sally, con minore incisività e inferiore sceneggiatura. Cage è meglio di Crystal, non c'è dubbio, ma il paragone - alla lunga - non regge.
Gran bella commedia. Da vedere.
Tommaso
chi ha scritto il giudizio su questo film è solo un frustrato
che ha copiato un po' di frasi fatte e che, purtroppo per lui,
non capisce un cazzo di cinema.
Mr. Purple
ma che dici tommaso, family man è una porcata pazzesca!!!
il peggior film del decennio, con quella disgrazia di nicolas cage che
fa il finto uomo profondo e tutti gli stereotipi dell'america supervincente
che ti fanno venire da vomitare... uno dei film più pessimi che abbia
mai visto, ma talmente brutto che mi domando se la tua recensione
non sia ironica perchè non riesco a credere che qualcuno lo possa
consigliare... concordo quindi con mr purple, se proprio vuoi vedere
un film meraviglioso tommaso aspetta che esca AMELIE anche in Italia,
è il film nuovo del regista di DELICATESSEN è ti farà piangere lacrime
di gioia (o perlomeno questo è l'effetto che ha avuto sulla sottoscritta)...
ciao, michela
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Hannibal
Purtroppo un numero due.
Peggio: ci sono tutti i succosissimi elementi per lo squallore del terzo della serie. Il mostro sopravvissuto, rapporti irrisolti, finale in sospeso…
Il film procede lentamente ed è sempre incerto nella ricerca di un difficile equilibrio tra l’effetto splatter, mai conclamato e sconfinante nel ridicolo (esigenze commerciali??), e la tensione da thriller classico, che non riesce a trovare. Viene da pensare se Scott abbia cercato un riferimento – forzato e malriuscito - al Dario Argento di Profondo Rosso, date le suggestioni e i richiami italiani della sceneggiatura.
Insomma, ma dov’è finita la Clarisse Starling che tutti abbiamo amato nel Silenzio Degli Innocenti? Relegata ad un ruolo da impiegato statale, frustrata e in balia del "mobbing" esplicito di alti e bellocci funzionari politici, la povera Julienne Moore –tanto bella, quanto brava- non ha strumenti per emergere e diventa gregario tutto curve (come nella scena finale in cui, esplosivo, prorompe un seno nudo e ammiccante al pubblico maschile e maschilista; ma si sa: così va il mondo!) e un po’ ingenuo. Infine, menzione campanilista, ancora una volta lo spaccato di società italiana risulta un po’ desolante, soprattutto nel confronto tra FBI e Polizia fiorentina; ma anche a questo siamo abituati e lo concediamo in sacrificio alla dea Hollywood.
Veniamo agli aspetti positivi.
Grande regista, grandi attori, grande fotografia.
La parte fiorentina del film è magica. Hopkins si conferma un attore di serie A, rientrando nel personaggio senza imbarazzi e arricchendolo, grazie al maggior spazio dedicato a Lecter in questo secondo episodio. La conferenza su Dante è forse la parte più bella del film. Un crescendo drammatico che vedrà consumarsi il tragico epilogo, un intreccio di destino, fatalità e libero arbitrio, coinvolgendo il bravissimo Giannini fino alle estreme conseguenze. Come altre volte ci imbarazza la vicinanza tra i "mostri sacri" del cinema hollywoodiano e i nostri attori ruspanti; ma il confronto regge alla grande (il cammeo della Neri è degno di nota).
Infine la regia: Ridley Scott è un grande e consumato regista e questo dà una marcia in più al film, altrimenti decisamente di basso profilo. Il taglio delle scene toscane è molto suggestivo e rende omaggio al cinema di Antonioni e Wenders. Suggestioni che compaiono, tra l’altro, nella sequenza dei titoli di testa, forse la parte cinematograficamente più accattivante di tutto Hannibal.
Nota di colore (nel vero senso della parola): si vede che gli umori etno-politici americani sono cambiati ultimamente; avete notato che i bambini ingenui e teneroni, che compaiono come deus ex machina in molti film, non sono più negretti ricciolini, bensì asiatici?
Annibale il Cannibale è fra noi! Non resta che aspettare la prossima puntata.
Tommaso
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La Tigre E Il Dragone
La Cina ti scorre sotto gli occhi, affascinante e mutevole, desertica e glaciale: ed è la parte migliore dello spettacolo. Ecco un puro film di intrattenimento; un fantasy occidentale d’altri tempi alla ricerca imbarazzante di un incontro tra Tolkien e Guerre Stellari, su uno sfondo orientale che tutto avvolge e attutisce.
Passato l’imbarazzo iniziale di certi uomini volanti cartonanimateschi, ci si lascia piacevolmente cullare da combattimenti altamente coreografici e irreali (surreali?), da storie d’amore impossibili, da eroi e magie. Una bella favola dagli effetti speciali spumeggianti ma troppo in stile video gioco: viene da chiedersi quanto ci metterà il film prima di diventare un pacchetto per playstation.
L’ormai onnipresente viso del bravo C.Yun Fat, nelle grandi produzioni occidentali di argomento asiatico, tende poi ad omogeneizzare qualsiasi ruolo, data la nostra già difficile sensibilità culturale nel apprezzare l’espressività del Sol Levante.
È sicuramente un appuntamento da non perdere per gli amanti del genere.
L’attenzione cinematografica è risvegliata solo un paio di volte: la prima, nella scena di confessione amorosa tra i due eroi senza macchia e senza paura: il loro silenzio e le loro figure si stagliano contro il muro bianco della casa che incornicia la verde foresta agitata, tributo alla grande tradizione del cinema asiatico, da Kurosawa a Kitano e Zhang Yimou. La seconda, nel volo finale di Yen, seppur non così originale ( ricordate Il Grande Lebowski?), accattivante e suggestivo.
Tommaso
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L’Ultimo Bacio
American Beauty in salsa italiana. Muccino ci prova abilmente, blandisce e coccola ogni tipo di pubblico, dai teen ager ai cinquantenni, facendoci solo credere di aver girato un film sulla crisi dei trenta, mentre in realtà ci propina un calderone sovrabbondante di sentimenti e presunte verità. A mio avviso, comunque, riesce molto meglio a cogliere spunti accettabili nella storia dei genitori - grazie anche ad un bravissima Sandrelli, aiutata troppo brevemente da un ancor più bravo Castellitto -.
Inutili i richiami alla Lolita kubrickiana (da notare nella scena di litigio tra Carlo e Giulia, lo sfondo di videocassette con in bella vista l’opera omnia -appunto - di Kubrick); inutili quelli al recente filone romantico-surreale americano che da American Beauty arriva a Magnolia; inutili i bei visi da telenovela o fiction dei ragazzi e ragazze del cinema nostrano; Accorsi è bello e si impegna, ma insegue disperatamente un modello Gassman che al momento non sembra poter raggiungere. Guardando L’Ultimo Bacio si ha l’impressione di mangiare un omogeneizzato. E come spesso accade in questo periodo, tale caratteristica può essere motivo di successo, soprattutto con il giusto condimento di buoni sentimenti e disillusione. Scusate, ma non ci sto. Qual è il messaggio del film? Cosa dovrebbe lasciarci? Si intuisce l’amarezza, la mancanza di vie di uscita, che ognuno di noi - ventenne, trentenne o cinquantenne che sia - sente sempre più spesso, ma il film alla fine lascia solo squallore.
Per di più, serpeggiante si insinua e trionfa un malcelato maschilismo, che travolge ogni figura femminile con una superficialità così palese da non sembrare possibile. E questo, in tempi di cambiamenti politici guidati proprio dalla generazione dei trentenni insoddisfatti, non può fare altro che rivelarci la furbizia di Muccino nel guidare una simile operazione. Le frasi più intelligenti che escono dalla bocca delle protagoniste del gentil sesso sono del calibro di: "è la normalità la vera rivoluzione", "ora il tuo posto è là con lui, non puoi farci nulla", "portami via con te", e così via.
E nel frattempo gli uomini partono, lasciano, tradiscono e mentono. Può anche darsi che sia la realtà. Potremmo anche accettarlo, con l’amarezza che ci pervade: ci siamo abituati. Ma no! Quello che non si può accettare è la presunta regolarità di questa conclusione, perché tanto "ci sarà un motivo se è diecimila anni che l’uomo si sposa". Quello che non si può accettare è un finale patinato, buonista, conservatore e ammiccante agli ambienti cattolici. Oltre a quello sociale, il messaggio politico che emerge è davvero sconcertante e univoco: inutile dire a chi e cosa io stia pensando mentre scrivo.
Anche il tema della fuga, spunto teoricamente interessante, viene relegato a margine, confezionato e impacchettato per benino, ad uso e consumo di chi invece sembra fare la scelta rivoluzionaria, quella normalità squallida e triste così osannata dal film. Non importa che il lieto fine sia costruito su una menzogna sporca e grande...
Cari trentenni, tributate il vostro omaggio a voi stessi, ridete, piangete, coinvolgetevi insieme ai vostri alter ego cinematografici. Ma siete davvero voi quelli? Liberi di pensarlo…
Tommaso
parole sante
Muccino riuscirà comunque a fare di peggio con Ricordati di me...
V.B.
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Concorrenza Sleale
Sipario. Un angolo anonimo di Roma (può un angolo di Roma essere mai anonimo?) appare allo spettatore e lo accompagnerà fino alla fine dello spettacolo, ritmando i tempi cadenzati di vite spezzate e di stagioni che passano. Due botteghe, due bottegai, due famiglie, due storie, un palazzo.
Umberto (Abatantuono), immigrato al contrario, milanese a Roma e Leone (Castellitto), romano, sono i due protagonisti attorno a cui ruotano gli eventi catastrofici dell’Italia fascista e le cadenzate quotidianità della vita piccolo borghese. Ma Leone è ebreo, e questo in quei tempi bui non è concesso. Come già altre volte, Scola ci racconta la dimensione privata di questo dramma del nostro secolo. Ne risulta un film delicato, teatrale, poetico e commuovente. La lentezza che può apparire come un appesantimento è invece proprio la scansione della realtà, in cui tutto e niente accade, nonostante le leggi razziali e il pregiudizio si impossessino di ogni angolo di strada (in senso proprio nel caso del film). Il trio Abatantuono, Castellitto, Depardieu riempie lo schermo di una monumentalità fisica e non che lascia impressionati. Alcune scene tra i tre sono degne di entrare nella storia del cinema italiano, dal litigio a pugni e morsi, proemio di una svolta decisiva e ai livelli dei migliori Sordi e Gassman, fino al silenzio imbarazzato e alle risate trattenute, prodromi di una tragedia già scritta.
Ma protagonisti, parallelamente, sono anche i due piccoli bambini, amici per la pelle e divisi dalla follia umana. Evidente un richiamo a La Vita E' Bella di Benigni che non disturba, grazie all’equilibrio sempre presente tra accenni storici e realtà private di vita vissuta. E così diverte la voglia di crescere dei due bimbetti, tutti intenti a sognare le forme di una bella profumiera, commuove la nascente storia d’amore dei due fratelli maggiori e infine nausea la crudele realtà di una radio confiscata, senza ragione alcuna.
La pioggia scrosciante accompagna la presa di coscienza della diversità: i bimbi non possono più andare a scuola insieme e già sanno, nella loro innocenza, che questo porterà a conseguenze ben peggiori.
È un film del silenzio, un film degli sguardi. La scena finale è straziante e coraggiosa: lunghi attimi di sofferenza negli occhi fissi delle due famiglie che si dicono addio in silenzio. Rimane una speranza, seppur lieve, perché: “Non c’è niente da fare: due che hanno bevuto l’olio di ricino assieme, rimarranno amici per sempre!”. Sipario.
Tommaso
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La Stanza Del Figlio
Moretti corre lungo il porto di Ancona: iconografia fondamentale in questo splendido film. Corre, e a causa proprio di una corsa mancata, maledetta, la sua vita sarà sconvolta inesorabilmente.
Il regista ci propone una famiglia finalmente vera, come difficilmente possiamo trovare al cinema: marito e moglie di mezza età, due figli adolescenti; una famiglia felice, con tutti i problemi e le gioie della quotidianità di una vita in provincia. Moretti è padre tenero e incredulo, con una severità leggera e un po’ austera di molti genitori di questa generazione di sinistra, alle prese con una realtà troppo diversa dai sogni di gioventù. Nella vita il protagonista è psicanalista e molti dei suoi caratteri importanti emergono da un sapiente ed equilibrato montaggio, che alterna scene di vita privata a sedute terapeutiche (molto bravi sia Orlando sia Accorsi), dove Moretti lascia intuire l’altra faccia della medaglia, il lato oscuro di ognuno di noi, paziente o terapeuta.
Questa volta il Moretti idiosincratico, nervoso e scostante dei suoi lavori precedenti, lascia il posto ad un personaggio decisamente più intimo, meno arrogante: ma non per questo meno incisivo. La bellezza e la bravura di Laura Morante completano l’equilibrio emotivo e cinematografico dell’opera.
E così ci lasciamo coinvolgere e commuovere da scene che tutti noi, prima o poi, abbiamo vissuto: le colazioni domenicali, le ansie adolescenti, le ansie genitoriali, fino all’apice della gita in macchina, dove babbo Moretti abbozza stonato una canzone d’altri tempi e lentamente riesce a coinvolgere tutti nel suo canticchiare molesto e irriverente.
I dubbi –tanti- le certezze, le paure e le gioie: tutto sfuma, tutto si perde e crolla come un castello di sabbia per una tragica fatalità. In un incidente subacqueo Andrea, il figlio, muore di embolia. E allora non servono più i soliti strumenti, le usate armi di sopravvivenza: il dolore è prosaico, reale e non unisce ma separa, nonostante molto e molti in questa società vogliano farci credere il contrario. Non basta la professione psicanalitica, non la lucidità razionale né l’amore; e tantomeno può servire una messa, voluta dalla sorella in crisi.
Così scopriamo che i morettiani sfoghi bulimici, con gli ormai leggendari attacchi ai barattoli di nutella, questa volta non fanno effetto: in una sorta di autocitazione, il regista-attore tenta di affogare la disperazione in una solitaria abbuffata di sottiletta, ma senza risultato. Davvero sembra ammonirci, toccando corde profonde con una disperata invocazione mai espressa: "Perché? Che senso ha?". Questo si sente, si percepisce, accompagnando ancora Moretti nelle nuove corse solitarie, lungo tramonti bellissimi e crudeli. Si prova a leggere la fatica nel suo volto; ma non c’è scampo e ben visibili sono le lacrime e la maschera di disperazione. Non serve la fuga; non ci sono più Hare Krishna colorati, che strappano un sorriso: Andrea non c’è più, e non tornerà.
La laicità estrema del regista non lascia spazio minimo alla trascendenza, non c’è spiraglio ultraterreno e la solitudine invade ogni cosa. Dopo aver toccato il fondo, con l’abbandono della professione tanto amata e coltivata, Moretti durante l’ennesima e finale fuga in automobile, colta da un pretesto che pare ridicolo ma significativa per la presenza di moglie e figlia, ci sembra però indicare una speranza, una luce in fondo al tunnel della sofferenza. È un percorso di quotidianità, senza botti o lieto fine. Solo un lento risalire la china di chi, come molti di noi, tiene strette con forza le piccole cose della vita, che forse possono aiutarci a sopravvivere e che, troppo spesso, ci lasciamo scorrere addosso. Grazie Moretti.
Tommaso
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The Mexican
Premessa
Il mio inglese, pur sostenendomi degnamente tra mille avventure, ha bisogno di molte oliate. Poiché qui i film vengono trasmessi in lingua originale, sottotitolati in thai, anche i sottotitoli non mi sono di grande aiuto. Il mio livello di comprensione della sceneggiatura si aggira così intorno al 75%: non abbiatevene a male, quindi, per eventuali imprecisioni.
Prima di raccontare il film che ho visto, dovrei però fare un’ulteriore premessa di costume. Breve menzione all’aria condizionata settata su una temperatura invernale; il buon viaggiatore che volesse andare al cinema a Bangkok dovrebbe quindi prepararsi ad uno sbalzo di temperatura nell’ordine dei venti gradi rispetto all’esterno. Breve menzione per gli orari. Gli orari sono indicativi: di solito iniziano 30-35 minuti dopo l’orario previsto. Conseguenze: raffreddore certo e full immersion in pubblicità thailandesi non propriamente esaltanti.
Quando la pazienza sta già per esaurirsi, ecco una musica celestiale scendere dal cielo. Sono angeli in coro e trombe del paradisiache che annunciano sullo schermo il seguente messaggio: “Please, pay respect to his majesty Rama IX”. Tutti in piedi. Paghiamo rispetto a sua Maestà che anche oggi ci concede di guardare il nostro bel film. Per alcuni minuti, sempre accompagnate dalla musica avvolgente, scorrono sullo schermo fotografie del Re, nelle più svariate occasioni, a comporre un lento mosaico che riempie lo schermo progressivamente. Quando il campo è pieno, lo zoom si allontana e –magicamente- la composizione ormai informe di immagini ne forma un’altra a schermi intero, naturalmente sempre di sua Altezza Rama IX.
A questo punto, lo spettacolo può iniziare.
Non ho ancora capito se è Julia Roberts che rende i suoi film letali, o sono i suoi film che la rendono così. Non se ne può davvero più di commedie buoniste, dove Julia “boccalarga” riempie gli schermi e i minuti, inesorabilmente avviandosi verso il lieto fine iperglicemico.
Bella e brava, non c’è che dire, ma sempre e solo Pretty Woman.
Ma, con buona pace delle pur belle e brave spalle dei suoi precedenti film (solo per citarne alcuni: Hugh Grant e Richard Gere), questa volta c’è Bred Pitt. Mi accorgo di essere di parte, ma Brad Pitt è Bred Pitt. E il confronto è schiacciante: la Roberts ne esce umiliata.
Neanche il giochino di non farli recitare quasi mai accanto funziona (funzionò per De Niro e Pacino, ma è tutta un’altra storia!): i due si rincorrono, si cercano, si trovano, si amano e si odiano, ma il film è decisamente sbilanciato sulla parte messicana, interpretata da Pitt. Della storia in sé c’è poco da dire; una pistola da recuperare, molti cattivoni interessati ad averla, un eroe fuorilegge insoddisfatto e imbranato, la fidanzatina alla ricerca del sogno nel cassetto, il killer cattivo, il killer buono, un po’ di folclore e l’inesorabile lieto fine. Elementi di per sé degni e che hanno composto molti buoni film.
Questo procede per storie parallele, verso l’incontro finale dei due fidanzati; degne di attenzione sono sicuramente molte gag di Pitt, spavaldo Yankee in terra messicana, che non si lascia scoraggiare dalla latinità del luogo, ma vi si adatta ben presto, spiazzando i locali con le loro stesse armi. Insopportabile e melensa la morale della storia di Sam (Julia Roberts), alle prese con il killer pentito e omosessuale e con le massime sull’amore eterno.
Purtroppo le esigenze dettate dall’avere un cast con simili nomi hanno portato ad allungare eccessivamente i tempi e ci si ritrova nel finale a chiedersi come mai non compaiano ancora i titoli di coda. Inoltre, per lo stesso motivo, il resto del cast non è all’altezza, nonostante il ridicolo cammeo di Gene Hackman nel finale; viene da chiedersi perché grandi attori del suo calibro si prestino a simili operazioni (almeno ha avuto la decenza di non comparire nei titoli di testa).
L’impressione conclusiva non è delle migliori e fa pensare a due talenti sprecati.
Tommaso
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