The Terminal

Dopo le sue ondivaghe dichiarazioni sulla guerra in Irak, Steven Spielberg si è attirato qualche critica di troppo. Tanto più se pensiamo che, proprio in un periodo oscuro e disperato come quello in cui viviamo, il regista statunitense ha recentemente deciso di abbandonare il registro tetro e a tratti freddissimo di film come A.I. o Minority Report, per concentrarsi sulla commedia sofisticata. Una nuova fase questa, sicuramente più leggera e solare, anche se sempre abbastanza lucida nella critica di un sistema e di una società che, spesso, bada più all'apparenza che alla sostanza delle cose (esemplare in questo senso il messaggio di Prova A Prendermi). Tali riflessioni morali, obietterà qualcuno, non potranno mai essere feroci, visto che Spielberg ormai rappresenta lo "star system", il cinema hollywoodiano (i più grandi incassi della storia del cinema sono suoi): insomma c'è sempre e comunque in lui l'esigenza di mettere d'accordo le esigenze commerciali con il cinema impegnato. Ecco, Spielberg vuole tenere sempre il piede in due scarpe. Il problema è che ci riesce molto bene sfruttando il suo talento nell'arte di raccontare favole. L'ultima è The Terminal, ossia la storia di Viktor Narvorski (un bravo Tom Hanks), cittadino della Krakozhia (paese immaginario dell'est europeo) che si trova bloccato nell'aeroporto Kennedy di New York (totalmente ricostruito in studio per l'occasione).
Durante il volo, infatti, il suo paese viene colpito da un golpe e quindi, il suo passaporto, essendo stato rilasciato da un governo che ora non c'è più, è pura carta straccia. Viktor quindi non può nè entrare senza autorizzazione negli Stati Uniti, nè tornare in patria, visto che tutti i voli per la Krakozhia sono stati cancellati. Il Sig. Navorski è una falla del sistema, un ostacolo in un ingranaggio che sembrava ben oliato e perciò solo un impiccio per il pignolo e cinico funzionario dell'areoporto Frank Dixon (Stanley Tucci) in odore di promozione, il quale non ci mette molto a dichiararlo "inaccettabile", un signor nessuno che nel frattempo non può far altro che rassegnarsi e bivaccare nella sala transiti dell'aeroporto JFK. In questo limbo o non luogo (rendono l'idea i brevi e glaciali piani-sequenza iniziali del terminal) Viktor si arrangia come può per sopravvivere (vi viene in mente Cast Away?) facendo conoscenza degli altri poveracci che si aggirano e lavorano in quel posto, dall' infelice assitente di volo Amelia (Catherine Zeta Jones) con la quale avrà una breve storia d'amore tra uno scalo e l'altro, al bizzarro addetto alle pulizie indiano che si diverte nel vedere scivolare la gente sul pavimento bagnato delle sale. Sarà quest'ultimo a confidargli che "in America se mantieni un profilo basso nessuno ti nota" (una frase che ora indubbiamente suona diversa e più inquietante dopo l'11 settembre). A dimostrazione di ciò, quando il lustrapavimenti armato di spazzettone, cercherà di in modo eclatante di fermare (riuscendoci) l'aereo che dopo nove mesi riporterà finalmente Viktor a casa, sarà circondato e arrestato addirittura dalle forze speciali. A rendere il contesto ancora più simpatico si aggiungono l'addetto allo smistamento dei bagagli e il messicano che si occupa del vettovagliamento, follemente innamorato di una agente doganale.
Senza dubbio The Terminal è un film molto godibile, che, a detta del regista, vuole contrapporre la bontà del singolo all'ottusità del sistema; alcune scene poi sono francamente irresistibili (una su tutte: la cena improvvisata tra Viktor e Amelia su un terrazzo del terminal). Si avverte un forte debito, come giustamente è stato scritto, a Frank Capra (che per una volta può fare a meno di rivoltarsi nella tomba) e un tocco alla "Truman Show" ( lo sceneggiatore è lo stesso: Andrew Niccol): simile infatti è il senso di straniamento del protagonista, quasi costantemente spiato dalle telecamere (questa volta) a circuito chiuso dell'aeroporto.

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