Talking Heads - The Name Of This Band Is Talking Heads (Sire, 2004)

Finalmente, dopo un' attesa che ne aveva fatto il tassello mancante del variopinto mosaico delle "teste parlanti", è arrivata nei negozi la ristampa di questo doppio live.
Giunto a rimedio di una cronica quanto inspiegabile irreperibilità, è uno dei migliori album live di sempre, uno dei pochi che non sia trascurabile surrogato dell’evento concertistico o tappabuchi contrattuale della discografia di un gruppo. Originariamente doppio anche in vinile, in un’epoca in cui la durata aveva un preciso significato artistico e non era mero sfogo dell’ego, The Name Of This Band Is... è stato oggi ulteriormente ingrassato nel numero dei brani come nel minutaggio, addizionato di un ricco apparato iconografico (foto e commenti della stampa d’epoca) e lucidato nei suoni (cosa che giova specialmente al secondo dischetto, contenente per intero la scaletta dell’epocale tour di Remain In Light: la chitarra di Adrian Belew fa letteralmente faville).
Fisime da collezionista? Inutili pedanterie? Assolutamente no: congegnato cronologicamente, questo lavoro consente di osservare in modo esaustivo l’evoluzione dei quattro, che dal post punk secco e nervoso degli esordi arrivarono a ridefinire il rock nei primi anni ’80, allorché in combutta con Brian Eno ricongiunsero il cordone ombelicale con la madre Africa e ne allargarono contemporaneamente gli orizzonti (in ciò corrispettivo americano dei coevi e altrettanto immensi Clash). Non solo, non abbastanza, infatti in queste due ore e mezzo si mostra con chiarezza da dove giungono molti dei suoni e dell’attitudine che sono parte integrante della nostra quotidianità, fortemente indebitati con e inconcepibili senza i Talking Heads, che furono gruppo paradigmatico e peculiare: al contempo cerebrali e fisici, capaci di far muovere le gambe quanto di solleticare il cervello, si tuffarono nel passato per creare il futuro. Raramente musica d’avanguardia è stata così capace di arrivare direttamente a testa e cuore, di parlare ad entrambi con sicurezza ma anche semplicità.
Sospesi tra coralità primitiva e sciamanico lamento, funk prima sbiancato e poi ricolorato, chitarre angolari e ritmiche sensuali, questi suoni conquistano chiunque vi si accosti.
Ascoltando oggi un gruppo che inventò ieri il nostro domani.

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