Swell - Too Many Days Without Thinking (Beggars Banquet, 1997)

Dal lontano 1989, anno di formazione della band, David Freel e Sean Kirkpatrick hanno sempre creato dell'ottima musica, utilizzando un loro stile caratteristico: brani lenti, un po' tetri, apparentemente stanchi, ma al tempo stesso ritmati ed incredibilmente melodici. Il risultato è un suono di certo non luminoso e felice, ma - a suo modo - caldo, morbido, avvolgente. Too Many Days Without Thinking segna il traguardo del quarto album, e secondo alcuni è il loro lavoro migliore. Il brano più tipico del gruppo di San Francisco è una sorta di ballata che si trascina disillusa fino al ritornello, solitamente più energico, appiccicoso e accattivante: l'iniziale, coinvolgente Throw The Wine ne è un ottimo esempio. Canzone migliore del disco è però per me la successiva, tristissima What I Always Wanted, che potrebbe essere un pezzo dei dEUS: semplice e commovente, si vorrebbe lasciarla scorrere all'infinito. Come si è detto, il resto dell'album prosegue sugli stessi toni lenti e skazzati, nonostante - proprio qui sta la particolarità degli Swell - il buon ritmo sempre presente, che non lascia star fermi un momento. Spesso questi elementi ricordano The Jesus & Mary Chain (At Lennie's, When You Come Over); in altri casi vengono invece alla mente i Pavement, come nell'irresistibile (I Know) The Trip. Riuscitissime anche Going Up (To Portland)?, elettrica e stimolante, e la dolce, serena ballad denominata Bridgette, You Love Me; la conclusiva Sunshine Everyday (che, negli interventi vocali, mi ricorda i Built To Spill), a dispetto del titolo, mantiene ancora cupa, eppure piacevole, l'atmosfera. Cos'altro aggiungere, se non per ripetere che si tratta dell'ennesimo bel lavoro di questa piccola grande band americana? Lasciatevi trasportare da questi suoni profondi, notturni, ammaliatori.

aggiungi il tuo parere


Swell - For All The Beautiful People (Beggars Banquet, 1998)

Quello degli Swell – trio di San Francisco in cui milita Rob Ellis, già drummer per PJ Harvey – è un nome noto ai più attenti osservatori del panorama underground americano, avendo essi alle spalle già ben quattro dischi di ottimo livello, che hanno permesso loro di diventare "band di culto", proprio come piace a noi… Non sarà certo con questo ultimo lavoro che diventeranno famosi; la loro musica è destinata ad un pubblico ristretto ed esigente, necessita attenzione e forse anche una certa predisposizione. Il suono è abbastanza uniforme (ad un primo ascolto può apparire noioso), e – coerentemente immutato nel tempo – si presenta cupo, tenebroso, notturno, (sonno)lento, rilassante seppur ritmato, suadente e persuasivo; si insinua e penetra a poco a poco nel profondo, nella parte più oscura dell’anima, basandosi su "melodie American Music Club ed incubi Joy Division" (Rockerilla di qualche tempo fa). Quella che raccontano – sotto l’aspetto stilistico – non è una notte fredda, vuota e violenta, vissuta pericolosamente, a tutta velocità, come per i Girls Vs Boys (con i quali peraltro esistono affinità nella descrizione dell’anima notturna della metropoli), bensì una lunga nottata fatta di riflessioni, disillusione, solitudine, cinismo e paranoia, trascorsa in un locale angusto e fumoso o in una campagna nebbiosa e desolata, insomma in posti dove il tempo scorre più lento. Calde chitarre acustiche accostate a provvidenziali interventi elettrici, senza disdegnare l’aiuto della moderna tecnologia, evocano paesaggi crepuscolari, creando atmosfere suggestive e al contempo inquietanti (Don’t You Know They Love You?); si inserisce in questo contesto anche l’intermezzo bucolico Pink Pink Rain, non-brano di quattro minuti che rende bene l’atmosfera (pioggia, rumori e voci notturne) in cui ci vuole trasportare la band. Melodici, malinconici e meditativi, gli Swell cantano prevalentemente storie urbane di quotidiana alienazione e straniamento. Suoni rallentati e voce scazzata, indolente e apatica non facciano pensare ad un forzato atteggiamento slacker, che qui c’entra poco o niente e potrebbe far trascurare le non comuni capacità creative del gruppo, evidenti nella creazione di un mood affascinante e personale, così come nelle numerose invenzioni compositive; ne sono prova brani coinvolgenti come l’iniziale Today o la "poppissima" Everything Is Good , e altri più lenti quali Oh My My o Something To Do, colmi di tristezza e nostalgia. La loro attitudine rock non permette l’uso della lentezza in funzione di dolcezza e poesia (come per i Red House Painters), ma come espressione di amarezza e cinismo (GVsB), rivelate anche nelle soluzioni particolari di Off In My Head, che mi ricorda tanto i dEUS. Si è tanto parlato bene dei dischi precedenti quanto alcuni hanno già parlato male di questo; io non credo che negli Swell ci sia un interesse revivalistico nei confronti dei Jefferson Airplane; non credo che l’album necessiti "di un trattamento di elettroshock" (cosa dire allora di bands quali i Codeine?!); e nemmeno per sogno accosterei Swell e Verve come "tentativi falliti di fine secolo di sposare la psichedelia degli anni ‘60 con il britpop dei ‘90" (…cosa c’entra il britpop con ‘sti poveracci?!). L’unica critica che posso muovere al gruppo è quella di non essere riusciti a restare ai livelli dei lavori precedenti, senz’altro più intensi e ispirati; non si tratta di una cosa da poco, ed è per questo che consiglio vivamente l’acquisto di 41 piuttosto che del presente disco. Ma gli Swell rimangono una band da non sottovalutare, compagni ideali di innumerevoli notti insonni.

aggiungi il tuo parere