Swans - Filth/Body To Body, Job To Job (Young God, 1983/1985)
Il doppio CD della Young God Records raccoglie l'album Filth del 1983 e una serie di brani live registrati a New York e a Berlino tra il 1982 e il 1985, anche con altri musicisti, tra cui Thurston Moore dei Sonic Youth, che, come gli Swans, hanno assorbito la lezione di Glenn Branca nell'uso di scordature metalliche e dissonanze.
Certo, nell'accingermi all'ascolto degli Swans, avevo un'idea di quello a cui sarei andata incontro: un cocktail micidiale di punk, hardcore, industrial ed heavy metal aggravato da una sezione ritmica terrificante (due bassi e due batterie) e dalla voce cavernosa di Michael Gira (al cui confronto la voce di Nick Cave diventa quella di un'educanda!) che ripete con mostruosa ostinazione parole disumane e oltraggiose, inneggianti alla violenza, al potere, allo stupro e quant'altro. Ma il contenuto di questo doppio album ha superato tutte le mie aspettative. Difficilmente mi è capitato di sentire qualcosa di più istintivo, arcano e ossessionante: gli Swans distruggono la melodia e la comunicazione. La musica non rappresenta, non esprime, non comunica: è esistenza allo stato brado, la sua fenomenologia è caotica e inconcludente e in essa è difficile distinguere la voce rabbiosa e disperata di Gira, perfettamente amalgamata tra gli assordanti "bum" strumentali (si è parlato di "boom music"). E' certo possibile individuare nelle lacerazioni e nelle ferite del ritmo la sofferenza, lo strazio che non si riesce a cancellare, l'inevitabile alienazione. Tutto questo viene espresso attraverso una sonorità che spezza le ossa, che sfianca, fatta di chitarre e batterie brutali, troppo insistentemente monolitica per essere definita semplicemente "noise". Il gruppo, di cui posso immaginarmi il fortissimo impatto in concerto, concentra la violenza del suo linguaggio attraverso un uso sapiente delle pause e dei silenzi, come nel teatro Noh giapponese.
Di Filth colpisce il primo brano Stay Here per il fortissimo impatto, anche vocale, e il delirio delle chitarre "alla Sonic Youth"; poi Blackout, anche nella versione live, col suo ritmo potente, cupo e ineluttabile prodotto dalle batterie e dagli imprevedibili controcanti elettrici delle chitarre; Power For Power e Weakling creano un senso di disagio e angoscia con il loro incedere rallentato; con Gang si raggiunge la catatonia, la musica stona mentre la voce continua a ripetere convulsamente rantoli sempre più incomprensibili.
Tra i brani live, Clay Man si caratterizza per la sua essenza inequivocabilmente industrial (mi vengono in mente gli Einsturzende Neubauten) e per le continue abrasioni e dissonanze. In Job Michael Gira, con il suo consueto stile vocale che passa dall'inquietante coinvolgimento alla recitazione fredda e inespressiva, enuclea una lunga serie di sevizie. Per chiudere "in bellezza", la libidine morbosa di Raping A Slave, che, già nel titolo, si commenta da sola.
Difficile tirare le somme di un ascolto del genere, si rimane inizialmente storditi, disorientati e soprattutto, con un grosso dubbio: si può ancora parlare di musica o non si tratta piuttosto di pornografia auditiva nuda e cruda? Nonostante io abbia percepito, al di là della violenza inaudita delle batterie, un qualcosa di estremamente affascinante e pericoloso, non si tratta di sperimentazioni troppo estreme e talvolta, ammettiamolo, un po' irritanti? Quando la violenza, verbale e sonora, diventa il baricentro della musica, non crea un eccessivo appiattimento? Insomma, per riportarvi il lapidario commento di mia madre: "Anche la pazienza ha un limite!".
Olivia
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