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Sunday Abbiamo raggruppato alcune recensioni dell'americana Sunday, etichetta che si occupa prevalentemente di twee pop con cantato al femminile. Anche se non sembra che finora abbia sfornato dischi epocali, la label si sta dimostrando un mastino nello scovare i gruppi più dolci del pianeta. Proponiamo qui sotto alcune bands tra le più rappresentative dell'etichetta, segnalandovi per maggiori informazioni il sito: www.sundayrecords.com. Insta - Horn Rim Fury EP (Sunday, 2002) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() Insta - Checklist For Love (Sunday, 2002) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
Se la Sunday sta facendo di certo twee pop una sua caratteristica, gli Insta dal canto loro contribuiscono a consolidare questa peculiarità della label. Sono la ciliegina su una torta decorata con mille attenzioni che però troppo spesso rischia di risultare indigesta. Adam e Catherine Cooper, già sposati (immaginiamo felicemente, come nelle favole), dopo essersi dedicati a vari side projects sotto le sigle Kitten Factor e The Pastry Heroes, nel 1999 danno alla luce l’EP Horn Rim Fury, inizialmente autoprodotto, poi ristampato dalla stessa Sunday. Si comincia con ricamini chitarristici indie pop niente male davvero, ma la “perfect pop song” citatata da Catherine mi sa che dovrà aspettare. I restanti quattro brani sono un po’ annacquati senza lasciare traccia, sarà per la voce un po’ fastidiosetta della cantante o per la mancanza di un refrain veramente incisivo. Trascurabile.Le stesse considerazioni si possono fare con Checklist For Love: il sound se possibile risulta ancora più immacolato, sarà per la mutata line up con Cyrus Khazai al basso e Timothy Ford alla batteria, pescati in finale da una varietà infinita di ospiti (presenti comunque nell’album). Resta il problemino di quella voce troppo “twee”, compensata però da melodie create da chitarre pulitissime, che sanno dipingere quadretti giocosi, fischiettanti e dolcissimi; molto Sunday- style, insomma. Nota di colore: mentre sto scrivendo la recensione, sotto la mia finestra stanno andando a palla (tanto che i vetri tremano) i Gino Daeder Band, gruppo di liscio con una discreta fama da queste parti tra i farmers, perciò non fate caso se vi cito “viso d’angelo capelli d’oro” o “Lisa dagli occhi blu senza le tett… ehm trecce non sei più tu” invece di parlarvi del lavoro dei coniugi Cooper. Lavoro che (nonostante la sagra paesana) si fa ascoltare per l’acustica iniziale Leaving With So Little Said, e si fa anche apprezzare per Thumbtack, brano che sembra venire fuori, non chiedetemi perché, da Timothy’s Monster dei Motorpsycho. Nel complesso non sfigurano anche So Far Away e la minimalista You Can’t Hide Everything in cui, assieme a Catherine, compare la voce del compagno Adam: e gli Ida non sono mai stati così vicini. La cosa più difficile? Distinguere una canzone dall’altra. Ascolto piacevole quindi, ma niente più. Safe Home - You Can’t Undo What’s Already Undid (Sunday, 2002) ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]()
Travel In Time era il primo EP di questa band proveniente da Utrecht, Olanda. Ok, mi ricordo di aver sconsigliato quell’uscita ai diabetici, tuttavia, nonostante le quattro canzoni dell’EP siano interamente presenti in quest’esordio, esso complessivamente non si presenta affatto male: delizioso il booklet con foto in bianco e nero e chincaglierie varie, deliziosamente ammaliante poi è la musica, ma solo per i fans del twee pop più intimo/ista e sognante. E’ vero, i Gentle Waves (che già un po’ stucchevoli lo sono sempre stati) fanno spesso capolino e la fatina Esther Sprikkelman sembra un po’ fare il verso a Isobel Campbell, ma il fatto che non provochi noia già alla terza canzone è un gran risultato, viste le insidie del genere. I Safe Home una sottomarca? Sì, tuttavia se si ascoltano le ninne nanne Slow Girl, Bloemen (cantata in lingua madre) e altre cosine qui contenute non è poi così lontano dal vero dire che You Can’t Undo What’s Already Undid risulta essere un album estremamente piacevole e rilassante. E in questo periodo ho bisogno di dischi del genere.
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