Stars Like Fleas - Sun Lights Down On The Fence (Praemedia, 2003)
A causa della mia non più verde età mi è spiacevolmente rado trovare, nel magma annuale di uscite discografiche, qualcosa in grado di sorprendermi e lasciarmi confuso a riflettere. In aggiunta, vista l’iperproduzione del mercato discografico, può accadere di scoprire l’esistenza di un disco tempo dopo la sua pubblicazione, confondendo ancor di più la prospettiva. Grazie al buon consiglio di un amico, sono riuscito a venire a conoscenza dell’esistenza di questi Stars Like Fleas, formazione aperta comprendente anche membri di No Neck Blues Band, che riesce nell’intento di levarmi la sedia da sotto e farmi cascare sul pavimento, dapprima moderatamente poi sempre più incredulo.
Immaginate dei Jackie-O Motherfucker con le radici saldamente piantate in folk, (free) jazz e contemporanea minimalista ma con una vocalità catatonica di stampo quasi new-wave, aggiungete un parco uso dell’elettronica in bassa fedeltà e potrete farvi una vaga idea.
A una strumentazione ricca e assortita (ottoni, corde, percussioni, piano, fisarmonica...) di matrice tradizionale folk, scevra di qualsivoglia eccesso calligraficamente retrò oggi comune, si accostano improvvise incursioni libere sospese tra jazz e glitchtronica povera di mezzi ma ricca di idee e gusto.
I lunghi brani (il cd dura più di un’ora ma scorre in modo così naturale da non rendersene conto) si snodano sinuosamente, sostenuti da un gusto "primitivo" per la melodia arcana e ipnotica, per essere interrotti da improvvise incursioni strumentali che trasportano l’Art Ensemble Of Chicago in una prateria del nostro immaginario con uno scassato laptop nella valigia, vedono apparire Pauline Oliveros nella Anthology Of American Folk Music di Harry Smith o fanno nascere i Talk Talk di Laughing Stock sugli Appalachi.
Visionario e mesmerico, antico eppure freschissimo, Sun light Fleas si svela nella sua ricchezza dopo ripetuti ascolti, scoprendo di volta in volta particolari inediti sotto l’apparente uniformità dell’insieme. Vi si respira una strana aria, familiare ma non totalmente definibile, capace di far affiorare alla mente nomi e luoghi, della mente e non.
Vogliamo chiamarla "Genio"?
     
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