Seekonk - For Barbara Lee (Kimchee, 2003)

Nel marzo del 2002, stando a quelle curiose rassegne di fatti assurdi che accompagnano a volte le biografie dei gruppi, messe su solo per salvare il culo a chi non trova un buon punto di partenza per la recensione, i Seekonk fanno il loro primo concerto a pochi mesi dalla loro fondazione. Di cinque pezzi eseguiti due sono cover, una dei Low e una di Neil Young. Ecco trovato l'incidente che ci permette di districarci nel sound, affine per ambienti alle sonorità di casa Badman, che tra gli autori di quelle due cover trova la collocazione migliore.
Slowcore intimo e di impronta acustica. Percussioni più o meno di provenienza improbabile, trombone, violoncello, xylofono e addirittura una gabbia da uccelli amplificata e suonata con un archetto. Niente di più inusuale dei lunghi e piacevoli crescendo nella più classica delle forme che il postrock ha mutuato dal countryfolk. Grazie ai curiosi oggetti messi in campo, gli arrangiamenti vivono di inaspettate quanto ben dosate aperture.
Splendido ed esemplificatore il passaggio dal trombone, appunto, che lascia spazio nella stessa linea melodica, ai cori di un ottava sopra di Swim Again. Come è facile aspettarsi il referente più indicato è l'ensemble dei Rex insieme ai risvolti meno pastorali dei Red Red Meat. Le lunghezze dei brani sono sempre al di sopra dei cinque minuti, la band si prende il tempo che gli serve a mettere in ordine le idee. Il pezzo migliore dell'album, a mio modesto parere, è 20 Degrees, una ballad splendidamente cantata dalla suadente voce femminile di Shana Barry, sostituita nella promozione del disco da Sara Ramey, che riecheggia i passi migliori dei favolosi L'Altra su Aesthetics, una delle maggiori meraviglie spuntate fuori dall'indie statunitense dell'ultimo lustro. Con tanto di scampanellio e theremin si piazza come apice del disco, proprio nel mezzo. Il famoso posto del primo brano del lato B dei desueti LP. Quel brano che rimane e rimane, tanto da farti iniziare l'ascolto direttamente dalla seconda facciata. Nella tradizione dei capostipiti chicagoani Eleventh Dream Day, questo è un disco che rimane piacevole ad ogni ascolto ma che difficilmente viene mandato a memoria come cardine di qualcosa.

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