record reviews
interviews
Komakino Live RSS
|
live reviews
| The Orange Man Theory - Satan Told Me I’m Right (Subsound, 2009) |
|
|
|
| Reviews |
| Marco Giorcelli |
| 24 June 2010 |
Trovo estremamente irritante che su Metal Archives (la Treccani metal on line) non ci sia traccia della band capitolina mentre compaiano Menace Ruine e altre schegge estremamente contaminate di rock estremo. Oggi come oggi, la maturità artistico professionale di The Orange Man Theory è a livelli degni di Relapse e, a giudicare dagli estenuanti tour in tutto il mondo, all'estero se ne sono accorti da tempo.
Anche questa volta la registrazione (e parzialmente la produzione) è stata affidata a Steve Austin (Today Is The Day: altri gravi assenti su M.A.) che, come ai tempi del loro esordio (Riding A Cannibal Horse From Here To...), ha fatto un lavoro meticoloso ed eccellente. Il suono della chitarra è talmente compresso e malevolo che sembra ti attacchi alla gola dopo esser strisciato sotto la porta.
Le sovrastrutture e gli accorgimenti per rendere i pezzi più accattivanti abbondano, ma restano ben mimetizzati per mantenere l'impatto frontale brutale, ma preciso. Cosa questa importantissima perché mantiene ben amalgamato e compatto il collante del disco che comunque spazia tranqullamente tra death/core/grind e alcune concessioni melodiche che, a differenza di altri carpentieri del settore, non sfigurano affatto nel risultato.
|





























Trovo estremamente irritante che su Metal Archives (la Treccani metal on line) non ci sia traccia della band capitolina mentre compaiano Menace Ruine e altre schegge estremamente contaminate di rock estremo. Oggi come oggi, la maturità artistico professionale di The Orange Man Theory è a livelli degni di Relapse e, a giudicare dagli estenuanti tour in tutto il mondo, all'estero se ne sono accorti da tempo.
Anche questa volta la registrazione (e parzialmente la produzione) è stata affidata a Steve Austin (Today Is The Day: altri gravi assenti su M.A.) che, come ai tempi del loro esordio (Riding A Cannibal Horse From Here To...), ha fatto un lavoro meticoloso ed eccellente. Il suono della chitarra è talmente compresso e malevolo che sembra ti attacchi alla gola dopo esser strisciato sotto la porta.
Le sovrastrutture e gli accorgimenti per rendere i pezzi più accattivanti abbondano, ma restano ben mimetizzati per mantenere l'impatto frontale brutale, ma preciso. Cosa questa importantissima perché mantiene ben amalgamato e compatto il collante del disco che comunque spazia tranqullamente tra death/core/grind e alcune concessioni melodiche che, a differenza di altri carpentieri del settore, non sfigurano affatto nel risultato.