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live reviews
| Cafeteria Dance Fever - Danceology (Hovercraft, 2012) |
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| Reviews |
| Claudia Genocchio |
| 14 June 2012 |
Garage quasi tipo Cramps. Suoni sporchissimi che in confronto il tradizionale Lo-fi è una roba passata sotto l'engineering di Brian Eno. Voce alta (non forte, proprio alta come tonalità), volutamente poco curata e vagamente stridula al limite del fastidioso. Questo mi dicono da subito i quattro componenti dei Cafeteria Dance Fever, gruppo di Portland - che sta agli States come a noi Berlino, nel senso che da lì esce spesso la roba che poi diventa trendy in un certo giro e nel giro di poco - che non fa mistero di gradire sonorità retrò-casinare come quelle che a loro tempo potevano proporre i Sonics (ecco, diciamo che un classicone come Psycho, magari anche versione live, può dare un'idea).
Ma al di là del semplice yè-yè divertissement - I Don’t Wanna Be A Tenant Farmer -, della batteria che tiene ritmi decisi, grassi ed essenziali tipici di quegli anni - I've Got Rabies - e di un non vago ricordo dei miei tanto amati quanto di breve vita Ikara Colt - Add Hominid Attacks -, Danceology è costruito pezzo dopo pezzo su 24 tracce che tengono lo spazio di mezz'ora (ossìssignori, ventiquattro in trenta minuti, sarebbe una dura lotta con i Ramones che, guarda un pò, sono cresciuti all'ombra di una pianta simile), ma che non si limitano a riferimenti 60s. Io - e vi giuro, è proprio il caso di dirlo - 'tirerei in ballo' forti simpatie per un lavoro come Westing di Stephen Malkmus e i suoi Pavement (leggisi 'primo periodo, allo stato brado'): una There’s a Hot Dog Coin Under the Table o Dead in the Ball Pit sanno regalare bei giri sbilenchi e in continui feedback a sostenere voce e melodia che sono su due binari diversi e piacevolmente divergenti. I deliri di delay (che sarebbe anche un bel nome per una band... dai, nella prossima vita provo a fare la copywriter...) portati allo svalvolo più inconclusivo di Color Coded, denotano un attaccamento anche alla scena noise pop e non fanno che indurmi a pensare che sì, i CDF valgono la pena di essere ascoltati. Sono divertenti, salutano l'estate che è alle porte (anticiclone delle Azzorre permettendo) e, nonostante o soprattutto grazie al casino che producono in poco tempo, hanno saputo dare alle stampe un album ben fatto e studiato ad arte. Se, come dicono i miei amici varesini Minuta H (pubblicità occultata male), 'La semplicità è l'anticamera della sciatteria', qui siamo in presenza di materiale solidamente complicato e, quindi, lontano da tale pericolo. A quanto pare, poi, è pure il primo long playing dopo una serie di EP e split vari per cui, ottima partenza sulla lunga distanza (evviva l'assonanza). |





























Garage quasi tipo Cramps. Suoni sporchissimi che in confronto il tradizionale Lo-fi è una roba passata sotto l'engineering di Brian Eno. Voce alta (non forte, proprio alta come tonalità), volutamente poco curata e vagamente stridula al limite del fastidioso. Questo mi dicono da subito i quattro componenti dei Cafeteria Dance Fever, gruppo di Portland - che sta agli States come a noi Berlino, nel senso che da lì esce spesso la roba che poi diventa trendy in un certo giro e nel giro di poco - che non fa mistero di gradire sonorità retrò-casinare come quelle che a loro tempo potevano proporre i Sonics (ecco, diciamo che un classicone come Psycho, magari anche versione live, può dare un'idea).
Ma al di là del semplice yè-yè divertissement - I Don’t Wanna Be A Tenant Farmer -, della batteria che tiene ritmi decisi, grassi ed essenziali tipici di quegli anni - I've Got Rabies - e di un non vago ricordo dei miei tanto amati quanto di breve vita Ikara Colt - Add Hominid Attacks -, Danceology è costruito pezzo dopo pezzo su 24 tracce che tengono lo spazio di mezz'ora (ossìssignori, ventiquattro in trenta minuti, sarebbe una dura lotta con i Ramones che, guarda un pò, sono cresciuti all'ombra di una pianta simile), ma che non si limitano a riferimenti 60s. Io - e vi giuro, è proprio il caso di dirlo - 'tirerei in ballo' forti simpatie per un lavoro come Westing di Stephen Malkmus e i suoi Pavement (leggisi 'primo periodo, allo stato brado'): una There’s a Hot Dog Coin Under the Table o Dead in the Ball Pit sanno regalare bei giri sbilenchi e in continui feedback a sostenere voce e melodia che sono su due binari diversi e piacevolmente divergenti. I deliri di delay (che sarebbe anche un bel nome per una band... dai, nella prossima vita provo a fare la copywriter...) portati allo svalvolo più inconclusivo di Color Coded, denotano un attaccamento anche alla scena noise pop e non fanno che indurmi a pensare che sì, i CDF valgono la pena di essere ascoltati. Sono divertenti, salutano l'estate che è alle porte (anticiclone delle Azzorre permettendo) e, nonostante o soprattutto grazie al casino che producono in poco tempo, hanno saputo dare alle stampe un album ben fatto e studiato ad arte. Se, come dicono i miei amici varesini Minuta H (pubblicità occultata male), 'La semplicità è l'anticamera della sciatteria', qui siamo in presenza di materiale solidamente complicato e, quindi, lontano da tale pericolo. A quanto pare, poi, è pure il primo long playing dopo una serie di EP e split vari per cui, ottima partenza sulla lunga distanza (evviva l'assonanza).