|
A Spirale - Agaspastik (Fratto9under The Sky/Deserted Factory, 2009) |
|
|
|
|
Written by Danilo Corgnati
|
|
Thursday, 15 October 2009 |
Il trio composto da Maurizio Argenziano, chitarra, Mario Gabola, sax, e Massimo Spezzaferro, batteria, arriva con Agaspastik al suo terzo lavoro dopo i precedenti Come Una Lastra del 2004 e Gariga, se non sbaglio uscito nel 2008 per Setola Di Maiale. Coinvolti inoltre in altri progetti quali ASp/SEC_, Aspec(t), Strongly Imploded e non so cos’altro, i tre si rilevano essere un’entità quantomai prolifica. A dispetto di una formazione, quella del trio chitarra sax e batteria, formalmente jazz rock, Agenziano e soci danno vita in Agaspastik ad una serie di rumorose improvvisazioni dove certamente si intravede un impianto free jazz, ma completamente sconvolto dalle escrudescenze della chitarra, dalle distorsioni, dai feedback e dagli assalti frontali della batteria.
Una delle caratteristiche migliori della formazione è però quella di
saper "tirare il freno", così c’è posto anche per improvvisi cambi di
tono, attimi in cui gli strumenti si rilassano, e il sax può venire
fuori con melodie evocative, come accede in Suriciorbu. Si rivelano
così spazi aperti che non esiterei a definire ambient, mentre i
rimbrotti e i gorgoglii degli strumenti sembrano essere frutto di
qualche manipolazione elettronica. Sulle stesse frequenze si muove Calco, con una bellissima linea melodica di sax, qualcosa che vagamente
mi ha ricordato certe armonie sentite dal sax di Getatchew Mekuria,
diluita e dilatata in uno spazio indefinito costellato di rumori e
disturbi elettrici. Climbing Your Backbone si avvicina invece ad un
approccio più solido, alla Painkiller per intenderci, con l'aggiunta di
un pulsante e nervosissimo finale industrial. Stesso discorso per Naja Tripundians e per Tersicore, dove l'impennata iniziale è bilanciata dai
suoni sgretolati del finale. A legare i brani tra loro in forma di
discorso unitario, tra gli estremi della dilatazione del suono e la
concretezza delle parti più jazz rock (o meglio, jazz core), è soprattutto l’ambientazione
cupa, talvolta pessimistica che pervade l'intero lavoro, come se di
fronte ad una tavolozza di colori, tra tutti quelli possibili, i tre A
Spirale avessero scelto solo il grigio, il nero e il seppia.
Inquietante come perdersi nella nebbia.
|