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Appunti per un'(auto)analisi del collezionista |
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Written by Matteo Casari
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Wednesday, 09 August 2006 |
Siamo una nicchia del mastodontico mercato del suono. Non siamo neanche
un ingranaggio perchè i soldi che girano nel nostro mercato sono
talmente pochi da far ridere chi veramente guadagna e lavora sui dischi
e sul loro commercio. E visto che giochiamo in un mercato a parte, beh
vediamo quali possano essere le regole che lo muovono, quali i valori.
Non sono un sociologo nè un economista per cui mi accontenterò di
partire dal mio, molto, piccolo.
Stamattina ascoltavo alcuni degli ultimi 7" che ho comprato. Sono
perlopiù opere prime di artisti più o meno rinomati nel settore. Tutto
parte dalla constatazione che il primo brano a nome M di David Pajo,
considerato uno dei più influenti chitarristi/bassisti del post
louisville/chicagoano, è un'accozzaglia di bozzetti alla John Fahey
appiccicati e tenuti insieme da una tremolante sonorità acustica. Sul
lato B del medesimo pezzo di vinile troviamo Monade che altri non è se
non Laetitia, la signora Gane, colonna portante del gruppo inglese
Stereolab. Anche lei usava in questa sede per la prima volta il suo
monicker da solista e anche lei gioca con suoni molto poco
professionali e molto invece approssimativi. Che dire? Anche i geni
sbagliano? No! Siamo proprio attratti da questo pressapochismo nonchè
affascinati dalla naivetè presente.  Allora siamo scemi. O meglio siamo
forse condizionati dalle altre esperienze dei personaggi in discussione
che riescono a tirare su la media di molti punti. E invece secondo me
no. Quella naivetè appena citata è uno dei valori per cui perdiamo la
testa. Uno dei motivi per cui i primi dischi di REM e U2 sono buoni e
gli ultimi cattivi. Non è l'essere di nicchia e la relativa lenta
diffusione di certi dischi, l'esclusività dunque, il nostro valore. E'
la sua precarietà. Il suo essere impreciso. O, forse, visto che quasi
tutti si suona o si vorrebbe suonare, il sentire comune tra il mio
progetto povero e quello di pari diritti della nicchia-star. La
comunanza di intenti ci permette di immedesimarci e paragonarci senza
timori a quei nomi cui di solito per deferenza non oseremmo mai. Gli
Stereolab? Beh hanno dei suoni che noi non avremo mai. Gli Slint? Posto
giusto al momento giusto. Noi? posto sbagliato suono sbagliato momento
sbagliato. Monade? M? Ragazzi di trent'anni che giocano con le nostre
stesse tecnologie. Chissenefrega che potrebbero averne di molto
superiori, quelle hanno usato e quindi sono come noi. Chi non è rimasto
colpito dal Beck di One Foot In The Grave registrato, così vuole il
mito, in uno scantinato con Calvin Johnson? Chi non invidia i suoni
grezzi e pieni di vita delle batterie registrate da Phil Elvrum, per
Microphones, Old Time Relijun o Mirah? Beh per sua stessa ammissione
per avere quei suoni basta mandare tutto in saturazione, errore/orrore
per chiunque bazzichi uno studio di registrazione, dove un led rosso
illuminato viene punito con bacchettate sulle nocchie. Dunque
l'approssimazione è un valore. La possibilità di immedesimarsi è un
altro. Sono entrambi valori propri del nostro mercato chiuso. Ma quali,
se ce ne sono, i valori simili al mercato commerciale superiore?
Beh,
l'orecchiabilità in primis. Se un brano ti rimane appiccicato addosso
vuol dire che funziona. Sempre e ovunque. E questo tratto è quello che
più genera confusione nel punto di tangenza dei due mercati. Dove
collocare artisti quali i Blur da Parklife in poi? Dove i Rapture di
House Of Jealous Lovers? Dove invece i nostrani Subsonica, ammettetelo
che almeno un loro brano vi ha colpito negli ultimi anni... Insomma,
canticchiare qualcosa andando al lavoro è elemento unificante del
sentire comune, connaturato alla necessità umana di distogliere i
pensieri dal "dovere" per portarsi nel campo delle distrazioni
piacevoli. Altro elemento fondamentale è quello visivo. Colori.
Immagini in movimento, caratteri importanti. Ma non solo anche altri
sensi sono chiamati in causa: ad esempio il tatto nella preferenza
netta dei digipack sui tray plasticosi; o addirittura l'olfatto nel
vinile, nella plastica e nella carta stampata da poco in un disco
appena uscito... Addirittura potrei arrivare a tirare in ballo il
gusto. La connessione visione/cervello/ricordo/sensazione è provata
scientificamente, quindi una copertina con cibi in bella vista (un
lecca lecca?) riporta immediatamente ad una percezione indotta anche di
un certo gusto. Ecco spiegata l'acquolina in bocca quando si entra in
un negozietto di dischi ben
fornito...
 Video, look, ragazze in gruppo per i maschietti e viceversa, immagine.
Vale tanto per la copertina di Mariah Carey ritoccata al computer
quanto per un Moonpix di Cat Power no? E allora ammettiamolo. Ci
sarebbe da tener presente anche il fattore emotività. Che spunta fuori
di solito grazie a delle parole particolarmente ben piazzate
all'interno di frasi ben congegnate a loro volta all'interno di brani
non sempre costruiti sulla melodia strappalacrime. Fa sempre parte
dell'immedesimarsi, ma in termini differenti. Certo non sono solo
quelli i valori su cui basiamo un acquisto. Ma sono componenti
presenti.
Valori quali la ribellione, l'essere contro, la politica o la
poesia tendono ad essere troppo specifici per pochi casi soltanto.
Comuni ma per certi versi troppo leggeri. Le sonorità sono volatili,
cambiano con le stagioni e come le stagioni sono cicliche. Il rapporto
con l'oggetto disco di nicchia, di esclusività, è personale, legato in
effetti ad elementi che per loro stessa natura sono complessi e che,
quindi, non ci permettono di conoscerli a fondo. Quello che mi premeva
con queste righe di auto-analisi era in realtà mostrare come quando
qualcuno viene da te e ti dice: "hai degli ascolti nobili, per
pochi..." oppure "ti senti figo perchè ascolti rumenta che trovate
soltanto in dieci in tutta Italia" o ancora "non capisco cosa trovi in
quel rumore che io non possa trovare nelle parole di Vasco" - beh
sarebbe carino fargli vedere, magari con un mixtape, come certi valori
siano comuni e cert'altri no, invece che attaccarlo con un semplice
"ascolti merda".
Lanciata la palla generalista attendo conseguenze meno "di tutto un po'"...
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