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Oneida + Lucertulas - 10/08/09 Malafly (Verona) |
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Written by Emiliano Zanotti
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Tuesday, 22 September 2009 |
Era molto atteso il ritorno degli Oneida, dopo la
pazzesca esibizione al No Silenz festival di due anni fa. Attesa carica anche
di un certo timore: la prova di allora fu, per forza di cose, assai mitizzata e
confrontarsi con un mito non è mai cosa facile. Inoltre, da un gruppo così
eclettico non si sa mai cosa aspettarsi, né come genere (pop, seppur anomalo?
Psichedelia? Altro?), nè come resa. Assurdamente, il concerto avvallerà tutte
le ipotesi e ahimè, i peggiori timori. Inizialmente, comunque, a distrarci da
tali pensieri è il concerto dei veneti Lucertulas. Distrarci... Diciamo
piuttosto scuoterci.
Superati gli iniziali problemi con le spie, i tre ci
riversano con spietata efferatezza una colata di distorsioni che spinge i più
deboli a coprirsi le orecchie con le mai, nel vano tentativo di attutire la
massa sonora. Noise come lo farebbero gli Helmet se fossero nati al
tempo del free jazz, con la voce, quasi sommersa, a punteggiare i rari passaggi
meno caotici, prima di venire nuovamente risucchiata dai vorticosi giri
strumentali. Non guasterebbe, di tanto in tanto, una seconda chitarra a dar man
forte nei momenti solisti, ma mi rendo conto che sto cercando il famosissimo
pelo dell'uovo e tutto sommato una certa secchezza quasi blues, in certi
momenti è d'aiuto, fa tirare il fiato. Sul finale ci propongono anche alcuni
pezzi nuovi che faranno parte del CD in uscita a novembre per Robotradio:
decisamente promette bene.
Gli Oneida, nel frattempo, sono stati visti aggirarsi della
festa, il batterista con le inseparabili bacchette, senza cui, si dice, sia fin
impossibilitato a respirare. Arrivato il loro momento, si accomodano sul palco,
provano brevemente gli strumenti e si ritirano dietro le quinte per il consueto
rito pre-concerto, il gruppo abbracciato in tondo a caricarsi; stasera, forse,
nel cerchio magico, gira pure qualche bottiglia di troppo. Risalgono e partono:
trenta, allucinanti minuti non-stop di improvvisazione strumentale fra kraut
rock, Pink Floyd e i Sonic Youth meno controllati; detto così
potrebbe apparire anche figo, ma la cosa assume fin da subito tratti
fantozziani, col gruppo che parte per la tangente e il pubblico che rimane al
palo. Il batterista, epilettico, macina imperterrito sempre lo stesso tempo, i
due chitarristi si scambiano occhiatine e sorrisini (no, non pensate male...) e
qualche volta brevi cortesie strumentali, il secondo tastierista,
apparentemente autistico, batte sui tasti senza che il suo lavoro, nel marasma
generale, sia particolarmente udibile. Gran Maestro a honorem dell'ordine del
Valpolicella, Bobby Matador imperversa con sguardo assente: ora tortura il
Farfisa con ritmi ipnotici, ora si contorce sul basso estraendo a volte buoni
groove, alter orrendi rumoracci. Tuttavia, a privarlo della corona di reuccio
di questa prima tranche di concerto è il fonico del gruppo che, con geniale
gesto punk/sitauzionista, manda letteralmente in fumo quattro subwoofer nel
giro di cinque minuti (uno ogni 75 secondi, ed è record!), un mastro piromane che
farebbe invidia al Conte Grishnackh. Il suono del gruppo ne esce
inevitabilmente azzoppato e questo handicap che lo porteremo dietro per tutto
il concerto: grazie signore, grazie, come potremo mai sdebitarci? Tornando al
palco, l'impressione che noi attoniti presenti abbiamo, è quella di assistere
al finale di una performance, piuttosto che all'inizio: strumenti tirati allo
spasimo, gente che si contorce come stesse dando fondo alle ultime energie,
musica che sfocia spesso nel rumore. E anche se i paragoni che ho citato in
apertura sono altisonanti, qui lo spettacolo non è sempre all'altezza, scadendo
spesso nella noia, che la perizia tecnica degli Oneida, paradossalmente
aggrava, spingendoli ben oltre i limiti della dovuta moderazione.
Com'è ovvio, un biglietto da visita del genere non aiuta
certo a scaldare il pubblico, né a coinvolgerlo: già disposti piuttosto
distanti dal palco e con in prima fila una serie di zombie impalati a far
riprese col videofonino, oggetto che volentieri manderei al macero insieme ai
proprietari, molti dei presenti si defilano. Se da parte del gruppo si tratti
di sincero, seppur spaventosamente snob, spirito artistico o pura stronzaggine
alcolica è domanda destinata a restare senza risposta, e comunque oziosa.
Quelli che hanno resistito in questa salita al Calvario
hanno ora l'onore di assistere all'arrivo delle canzoni. Prima mediato,
strofe-ritornello che si sciolgono in lunghe code strumentali, finalmente a
fuoco (e stavolta il fonico piromane non c'entra nulla), poi sempre più
strutturate, tratte dal repertorio maggiormente rock dell'ultimo album:
ritmiche possenti, groove, chitarre in primo piano. Ma è tardi, in tutti i
sensi. Troppo lo svantaggio accumulato nella prima frazione di gioco per
sperare nella vittoria; ad essere generosi, si tratta di uno stiracchiato e
poco meritato pareggio.
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