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Massimo Volume - 08/11/2008 Arci Tom (Mantova) |
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Written by Emiliano Zanotti
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Friday, 14 November 2008 |
Impossibile non avere mai incrociato i Massimo Volume,
almeno nella persona di Emidio Clementi, anche per chi, come me, per tutti gli
anni '90 non li seguì con particolare attenzione. Starfuckers, Ulan Bator,
Afterhours, El Muniria, Franklin Delano sono solo alcuni dei nomi che in un
modo o nell'altro hanno avuto a che fare coi membri del gruppo nel periodo
precedente e soprattutto successivo allo iato.
Ora anche loro sono tornati. Prima timidamente, una data al
Traffic di spalla a Patti Smith a luglio, una ad agosto a Urbino, adesso
un tour vero e proprio, dodici date in giro per la penisola. Dopo l'esordio
nella loro Bologna, stasera sono a Mantova.
L'arci Tom, quest'anno, presenta un programma di altro
profilo, nel tentativo di risvegliare una città storicamente asfittica. Sarà
dura ma è giusto provarci, anche se per ora diverse cose sono da migliorare, fra
queste l'acustica della sala concerti, che durante il concerto dei Massimo
Volume dona alla voce un fastidioso rimbombo, o altri particolari,
apparentemente banali ma proprio per questo particolarmente importuni, come il
ronzio dell'amplificatore d sinistra che accompagna il gruppo per tutto il
concerto o il vociare che arriva dal bar, quando basterebbe tenere chiusa la porta che mette in comunicazione i due ambienti. Fa sorridere anche
l'involontario classismo (dettato probabilmente da ragioni tecniche) che porta
a far suonare il gruppo d'apertura nello spazio a fianco del bancone, mentre la
sala del palco principale rimane chiusa in attesa che inizino gli "headliner".
Il "gruppo spalla", comunque, è l'indigeno Dino Fumaretto, solo col
suo pianoforte. Una mezz'ora in compagnia di testi arguti declamati in uno
stile che ondeggia pericolosamente fra Paolo Conte il piano bar, per la gioia
del pubblico, che in più di un'occasione mostra di gradire.
Poi, finalmente, le porte della sala concerti "dei grandi"
si schiudono e possiamo finalmente accedere. Non che i presenti siano
numerosissimi, almeno all'inizio: molti forse erano lì proprio per Fumaretto e
durante l'esibizione dei bolognesi il numero dei presenti non supera di molto
le cento unità. Da notare poi che una buona fetta di pubblico è costituita da
bresciani che si sono fatti un bel tratto di strada per essere qui stasera:
Mantova, in queste cose, rischia di perdere anche giocando in casa.
Calano le luci, i quattro salgono sul palco. Vittoria Burattini è ingrassata, ma ne
ha guadagnato in femminilità; Egle Sommacal, i capelli leggermente imbiancati e
la barba di tre giorni, ricorda vagamente George Harrison; Stefano Pilia, in
prestito dai ¾ Has Been Eliminated, raccoglie l'eredità della seconda
chitarra, storicamente il ruolo più instabile della formazione. A tenerlo a
battesimo, fra il pubblico, il suo predecessore Dario Parisini, in
stra-ordinaria divisa punk: chiodo, gonna in pelle nera, anfibi da
combattimento. Emidio Clementi, lui, è sempre lo stesso: sguardo penetrante,
barba ispida, camicia bianca arrotolata fin sopra i gomiti a scoprire gli
avambracci tatuati. Si mette al centro della scena, basso Kramer a tracolla,
occhi spesso chiusi: si parte.
Sappiamo tutti cosa aspettarci. La voce di Mimì ha fatto
scuola, così il suo stile testuale, a metà fra canzone e letteratura.
Conosciamo il gruppo, fra i pochi, nell'Italia dei primi anni '90, ad accettare
di sporcarsi le mani col post-rock, anziché aspettare di comprarsi il pacchetto
preconfezionato, fuori tempo massimo. Sappiamo, lo immaginiamo, quali canzoni
sentiremo, quali no: in fondo è un reunion tour, un gruppo che si autocelebra non
può che mettere in scena lo stereotipo di sé stesso. Abbiamo ragione,
ovviamente.
E tuttavia, non per un secondo tira aria di routine. La
forza dei Massimo Volume è ancora tutta qui, non si è dispersa. La voce è
sempre capace di materializzare storie e la sala non tarda a popolarsi di
fantasmi: Alessandro col suo diario, Emanuel Carnevali che muore di fame in
America, Rigoni massacrato di botte dai creditori che non aveva voluto pagare.
Poi Tomas, Ronald, Leo e tanti altri, tutti straordinariamente vivi, come
rafforzati da tutti questi anni di assenza, di non evocazione. La musica,
lontana dall'essere semplice commento ai testi, è il mezzo attraverso cui queste
storie vengono trasportate: apre la strada, ti entra nelle viscere. Viene da
pensare, a volte, che nei suoi arpeggi sovrapposti a basi quadrate, nel suo
ripetersi per blocchi e poi straripare in crescendo noise, funzionerebbe
benissimo anche da sola. Forse è vero, ma combinata alla voce, dà vita a
un'esperienza che trova davvero pochi paragoni, se non, fuori zona, il cinema
visionario e puro di David Lynch.
La capacità dei quattro di gestire i vari momenti dello
spettacolo, dosare la tensione, distribuire il pathos, rivela senza dubbio l'esperienza
e il mestiere, ma dice anche di un affiatamento che la reciproca lontananza non
ha scalfito e a cui il nuovo chitarrista partecipa senza problemi.
In oltre un'ora di ascolto/visione attraversiamo luoghi che,
chissà perché, ci sembrano familiari pur non essendoci mai stati, in compagnia
di amici che non abbiamo mai conosciuto. E quando il concerto finisce e usciamo
all'aperto, ci sentiamo un po' più soli, orfani di queste storie. Ma non è
finita; pare continueranno ad esistere, ora che sono tornate nel mondo e si trovano
bene. Le reincontreremo.
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