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Glorytellers + Guapo - 26/09/2008 Interzona (Verona) |
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Written by Emiliano Zanotti
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Saturday, 27 September 2008 |
L'abbinamento era parso anomalo fin dall'inizio: i paladini
della nuova ondata prog coi reduci della più fertile stagione dell'indie,
l'elettricità "hard" a fianco delle melodie semiacustiche, le braghe a zampa
contro le All Stars. Ma evidentemente all'Interzona non volevano farsi sfuggire
nessuno dei due gruppi e li hanno concentrati in un'unica serata, senza farsi
troppi problemi sulla coerenza musicale dell'evento. Giustamente: i nomi sono
di tutto rispetto e non mi pare il caso di fare i capricciosi per la
disomogeneità della proposta.
Quando i Guapo salgono sul palco basta un colpo d'occhio per
far nascere il sospetto che anche se di prog si tratta, di "nuovo" ci sia
davvero poco: "chitarrabassobatteriamoog" maneggiati da uomini fasciati in
agghiaccianti calzamaglie nere con paliettes multicolore ad adornarne il petto
(no, niente braghe a zampa, stasera). Timori che trovano conferma al risuonare
delle prime note sotto le volte dell'Interzona: siamo al cospetto di un Bignami
progressive, gente che possiede come disco più recente il secondo dei King
Crimson, anno di grazia 1970. Perfetti nel creare fraseggi in stile,
passando senza soluzione di continuità da melodie sognanti di sapore pinkfloydiano
a sgroppate "hard", i quattro inglesi sarebbero senza dubbio il gruppo del
momento, fossimo nel 1971, ma oggi possono al massimo aspirare ad essere quello
che per il mondo dell'agricoltura è la festa della trebbiatura fatta con le
macchine degli anni '20 a Cividale Mantovano: semplice folkore.
Mi do alla fuga temendo, prima o poi, la materializzazione
del fantasma degli Yes.
Si chiude così il primo atto, sipario, cambio di palco. Bevo
qualcosa. Inizia il secondo atto. Rientro.
Nel momento stesso in cui si presentano, i Glorytellers
sanno di aver già vinto la partita; non tanto con la band che li ha preceduti,
con cui non c'è competizione non fosse altro che per la differenza di genere,
quanto col pubblico, composto in buona parte da fedeli al culto dei Karate,
dalle cui fila provengono Geoff Farina e Gavin McCarthy affiancati, in questa
nuova incarnazione, dall'ottimo chitarrista Ty Citerman.
Ma come l'Inter non ha bisogno di dare il 100% per battere
l'ultima in classifica (e quanto mi scoccia dover usare l'Inter come pietra di
paragone), così il terzetto, forte della propria innata classe, va palesemente
col freno a mano tirato, tendenza già chiaramente riscontrabile ascoltando
l'album: bello, perfetto, ma tutto sommato inutile.
Il live però peggiora decisamente le cose, non aggiungendo
nulla a quello che si era ascoltato sul supporto digitale, in cui una certa
freddezza è tutto sommato ammissibile: esecuzioni impeccabili, melodie
accattivanti fra tradizione americana e spruzzate di jazz, qualche dissonanza
buttata lì senza troppa convinzione, zero anima. Certo i buoni momenti, le
buone canzoni non mancano, da Camouflage a Awake At The Wheel,
passando per il brano strumentale per sola chitarra acustica che Farina regala
come bis, forse uno dei momenti migliori della serata. E tutto sommato, anche
la mancata esecuzione di Trovato Suono, col testo metà in inglese e metà in
italiano stentato, può essere segnata come un punto a favore. Ma non basta.
Forse loro si divertiranno, ma il continuo sciamare degli spettatori verso il
bar, oltre ai casi di letargia che si riscontrano fra il pubblico seduto, non
depone propriamente a favore. Colpa dell'aria di routine che pervade tutti gli
aspetti del progetto, fallimentare anche nel tentativo di andare alle radici
della musica americana rispolverando un paio di blues assolutamente di maniera,
con Farina che si divide fra voce e armonica, senza mai smuovere all'emozione,
percorrendo sempre la strada del "già sentito" e del "già fatto", meglio, in
altri tempi.
Così, da una vittoria sulla carta facile, si ha alla fine un
noioso zero a zero. Stia attenta l'Inter...
(Foto di Elena Prati)
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