Pseudosix - Days Of Delay (54°40' Or Fight!, 2004)

Che bisogno abbiamo di altre canzoni? Di altre batterie suonate con gli sticks, di altre chitarre più o meno acustiche o più o meno vagamente alla Low? Di altri incroci di voci perfettamente incastrate? Di ballate pacate e ironiche, a partire da un retrogusto amaro legato alle melodie così vagamente ondivaghe? Mi appoggio alla cartella stampa per far scendere in campo i nomi di Califone, ma molto meno country, Manishevitz, ma molto meno colti, Songs:Ohia, ma molto meno menosi, e forse il più calzante dei riferimenti a quei Rex mai troppo osannati come irresponsabili fautori dell'unione tra indie rock triste e country lento e indolente, malato di blues ma soprattutto di storie.
L'apatia del gruppo di Portland è scossa qui e là da forti crescendo degni appunto dei riferimenti alti messi in campo dalla critica. Quando le chitarre incominciano ad essere zappate a dovere e le voci incominciano a sottolineare con entusiasmo la sommossa, ci troviamo finalmente in un mondo carico di suggestioni, quasi al limite con l'epico. Per contro i momenti più contriti quasi a mo' di implosione, che si avvicinano ai walzerini alla Leonard Cohen per intenderci, sono pieni di pathos e ben dosati. Non mi sento in grado di esaltarmi per un disco così, perfetto nella sua fattura quanto imperfetto nella sua mancanza di specificità. Insomma, mancano il genio e la sregolatezza; non basta conoscere il Neil Young di Harvest per scrivere un buon disco.

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