Prince - The Rainbow Children (Wagram/Audioglobe, 2002)
Ritorna l'artista meglio conosciuto come Prince, stavolta a suo nome con tanto di Love Symbol. Premetto che non compro un disco del suddetto da quasi dieci anni (l'ultimo forse é stato Diamonds And Pearls) ma sono un grande fan di 1999, Controversy e Dirty Mind. Con "il genio di Minneapolis" non ci sono mezze misure: o lo si ama o lo si odia. Ho visto gente spendere fortune per comprarsi anche i bootleg e altra che mi ha regalato i suoi dischi per non buttarli direttamente nella spazzatura. Ecco dunque il nuovo di Prince su Sodapop. Ebbene sì, perché no? Il problema non é la decontestualizzazione semantica di un'artista simile in mezzo agli altri nomi della nostra beneamata e-zine quanto piuttosto il fatto che questo disco sia di una noia mortale. Non brutto, noioso sì però (che forse é pure peggio). Gli antichi fasti sono andati. Prince oggi é un professore della musica, un musicista da lavagna, uno che magari ti fa anche scrocchiare le dita ma che non ti fa più muovere il culo. Dov'é la negritudine? Sicuramente non tra questi suoni spenti, questa voce da orco distorta che si sente tra un pezzo e l'altro. Nulla offende, nulla rimane. Questo disco piacerà agli agenti pubblicitari, agli impiegati frustrati che tornano a casa da lavoro e cercano una colonna sonora adatta per farsi la doccia, ai negozianti di dischi di Acqui Terme che credono che Miles Davis sia solo quello di You're Under Arrest e a quelli che non si perdono una puntata delle repliche dei Robinson. E' questa la negritudine del 2000? Io direi di no. Se la cercate, rivolgetevi piuttosto a gente tipo Cannibal Ox e Antipop Consortium. Almeno non rimarrete delusi come sono rimasto io dopo l'ascolto di questo disco. |