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Winfried Ritsch – Woodscratcher (God, 2013)

Bisognerebbe definirla musica concettuale, questa di Winfried Ritsch, se non fosse che il termine “musica” mi pare eccessivo: qualcosa di più neutro, come “suono” sarebbe forse più adatto. Ottenuto dalla registazione di una macchina incidi-legno amplificata da quattro microfoni, senza alcun intervento umano,Woodscratcher è un interessante esempio di come sarebbe stata la pop music al tempo della famiglia Flinstones.
Quello che sentite sulle due facciate del disco è un ansimare continuo e cadenzato, a metà stada tra il rumore di un maglio e una slitta trainata a scossoni sull’asfalto. Intuirete che l’ascolto non è per nulla facile, ma di musica stana da queste parti ne è passata e ne passerà ancora; il problema è che Woodscratcher risulta anche poco interessante sotto ogni punto di vista lo si osservi (e lo si ascolti). Non riesce nemmeno ad essere irritante, ammesso che ciò possa essere un valore, annoia e basta: appagata la curiosità di come suoni un disco di legno percorso da una punta di metallo – facciamo entro i primi due minuti? – i restanti 38 passano nella più completa monotonia. Il valore musicale è davvero scarso, diciamo pure nullo, ma anche dal punto di vista concettuale, sebbene il comunicato stampa si sforza di conferire dignità all’operazione citando la musica generata da computer di Herbert Bruen, l’impressione che si ha è quella di un’operazione piuttosto gratuita. In definitiva è un disco di cui credo nessuno sentisse il bisogno: sarebbe stato il caso di destinare a miglior sorte sia il legno che il vinile.

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