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The Verge Of Ruin – Learn To Love Solitude (Setola Di Maiale, 2018)

Si presenta con un titolo bellissimo l’esordio di The Verge Of Ruin – duo che mette insieme le esperienze di Stefano De Ponti e Shari DeLorian coi contributi di Elia Moretti (percussioni), Eleonora Pellegrini (voce) e Giorgio Sancristoforo (eelttronica) – e ci appare tanto migliore in quanto ritroviamo perfettamente questa suggestione nel disco. La cartella stampa fa nomi impegnativi (Cage, Nono, Schaeffer, Xenakis, Scelsi) ma  sono più che altro riferimenti teorici e metodologici che danno forma a una musica perfettamente fruibile, anche senza conoscere a fondo gli ispiratori, grazie al suo legare strettamente suono e visione. Forse è solo suggestione data dall’immagine di copertina – il Grande Cretto di Alberto Burri fotografato come avrebbe potuto farlo Franco Fontana (o dipingerlo Giovanni Fattori) – ma la sensazione che dà l’ascolto di Learn To Love Solitude è quello di vagare in un luogo rale e della mente insieme, dove la linea di terra si confonde con l’orizzonte e si è lì e altrove contemporaneamente. Siamo lì grazie al valore materico dei suoni, al riconoscere i materiali che li producono (il metallo delle corde, il legno e le pelli delle percussioni, i field recordings che ci portano l’ambiente circostante nelle orecchie); siamo altrove per la costruzione di una musica dalle strutture aperte, spettrale e fluttuante, che solo a tratti (e quasi tutti verso la fine) si fissa in strutture più definite. Un inizio rumoroso e dal sapore industriale ci introduce a un’atmosfera brulicante di stridori leggeri, suoni lontani e piccoli concretismi prima che una pulsazione contribuisca a far salire la tensione portandoci faccia a faccia con orizzonti lividi da cui soffiano droni vibranti e ambientali. Una breve cesura silenziosa ci introduce alla seconda parte del lavoro, quella  maggiormente strutturata. I toni gravi di corde vibranti lasciano spazio a una voce che sussurra lontana, prima disturbata da sfrigolii analogici, poi supportata da battiti regolari che crescono fino a diventare pura esaltazione tribale. Siamo all’apice del percorso, al pieno raggiungimento di una consapevolezza che solo la solitudine può dare: il premio, fra scampanellii e suoni naturali, è il ritorno della voce che canta per noi una melodia antica, prima che rare percussioni ci conducano alla fine. Sono passati solo venti minuti dall’inizio, ma qui il tempo è un elemento secondario; contano invece l’intensità  e il trasporto e di quelli, in Lean To Love Solitude, ce ne sono in abbondanza.

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