Twelve Thousand Days – The Birds Sings As Bells (Final Muzik, 2021)

La stabilità giova decisamente alla prolificità dei Twelve Thousand Days : siamo al terzo album in quattro anni per la friulana Final Muzik, dopo che per i primi tre lavori ce n’erano voluti sei, seguiti da oltre un decennio di silenzio. La qualità invece, piace rimarcarlo, non era mai stata in discussione e trova qui ancora una volta conferma. Martyn Bates e Alan Trench, fedeli alla cifra stilistica che li contraddistingue, ma mai uguali a sé stessi, ci regalano ancora una volta un disco dove il folk affonda le radici in un passato senza tempo e si proietta nel presente con traiettorie mai scontate. Dal punto di vista lirico, The Birds Sings As Bells è il disco più narrativo del duo, che per certi versi potremmo ricondurre all’esperienza di Bates con Mick Harris nella trilogia Murder Ballads, quanto meno per i brani più noir; se l’immaginario dei Twelve Thousand Days è da sempre stato legato all’incanto di certa letteratura inglese, qui si incarna in mille figure strane e insolite, fra omini rossi, corvi, lepri, volpi, rospi che non sono mai quello che sembrano e animano le storie che la musica porta con sé. Ecco, la musica: il suddetto folk è definizione di comodo, magari anche calzante, ma certamente non esaustiva; il fatto è che queste canzoni, che certo si abbeverano alla tradizione, non possono che essere state scritte oggi. La vibrazione elettrica che si insinua nelle trame di At The Faire Of St. Botolph fino a dissolverla sul finale, o che monta cupa, fin da subito, dal fondo ti The Hare  o di Drink, Drink To Me, Only Whit Thine Eye è un elemento essenziale, che fa traboccare il rumore del mondo contemporaneo oltre i confini di quello incantato, come a consolidare i ponti fra i due. È in questi territori liminali, fra la nostra dimensione e una non meno reale, solo più difficile da raggiungere (ma per la quale Bates e Trench ci forniscono diverse chiavi), che la poesia di The Birds Sings As Bells trova compimento. Che siate più o meno avvezzi a queste sonorità, difficilmente potrete rimanere insensibili alla pulsante At The Faire Of St. Botolph, ai toni prima drammatici e poi elegiaci di The Knights Of December, all’incanto onirico di Drink, Drink To Me, Only Whit Thine Eye, ai toni drammatici di A Murder Of Crows o ancora alle languide pennellate della lunga, conclusiva, Winter Suite. Sono storie di morte e rinascita che, sotto al velo fiabesco, risvegliano una consapevolezza antica, forse dimenticata ma presente, concreta e reale: come risvegliarsi da un lungo viaggio onirico stringendo fra le mani qualcosa che proviene dal mondo dei sogni.

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