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Tristan Da Cunha – Soçobrar (Taverna/Delphic/Cruel Bones, 2017)

Italianissimo nonostante l’uso del portoghese nella ragione sociale e nei titoli, Tristan Da Cunha è un duo formato da Francesco Vara (Altaj) alla chitarra e Luca Scotti (Interstellar Experience) alla batteria: prendono il nome a un navigatore vissuto a cavallo fra il XV e il XVI secolo e sorprendono veleggiando lontani dai territori solitamente battuti dai due. Post rock e slowcore che esprimono un senso di saudade, così si presentano, ma c’è certamente di più: il primo elemento definisce una macro-categoria che si identifica in una musica strumentale dilatata, lontana dalla forma canzone, il secondo lo si ritrova in certi passaggi ma vale più come riferimento a un suono a tratti malinconico e autunnale. La nostalgia invece… Beh, quella viene esorcizzata magnificamente attraverso brani che esprimono il puro piacere di suonare, macinare accordi e consumare pelli in un abbandono al flusso sonoro che è in primis dei musicisti e in seconda battuta dell’ascoltatore. Soçobrar parte da doom maestosi che non sfigurerebbero nel repertorio degli Eagle Twin (Pico Da Rainha) e con crescendo ostinati che potrebbero proseguire all’infinito (The Settlement mi ha ricordato le sperimentazioni di Scott Ayers coi Walking Timebombs) si apre su scorci drammatici e paesaggi elegiaci (Campo De Fogo). Paolo Monti (The Star Pillow) alla produzione e Adamennon col suo SFR Studio al mastering fanno da garanti a questa ipotesi di suono mutante, post-hard-rock con l’anima.

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