Those Lone Vamps – Sketches (Setola Di maiale, 2007)

Setola Di Maiale è davvero una bella etichetta non solo per la qualità della maggioranza delle sue produzioni, ma anche per il fatto che "cdr label" risulta quasi limitativo nel caso di label come questa o la Afe che producono dei cd che come oggetti e grafiche viaggiano tre spanne molte delle produzioni raffazzonate fatte in fretta e furia dell’ultima etichetta improvvisata. Rifatta la presentazione di rito, nel ricordare che si tratta di un’etichetta di musiche, per sua stessa definizione, "non convenzionali", state pur certi che i Those Lone Vamps non cascano fuori categoria e nonostante ciò si tratta davvero di un gruppo singolare. Il duo non fa musica particolarmente astrusa o cerebrale, anzi in un certo senso fanno un lavoro di recupero di certe radici non per nulla uno dei paralleli che mi è venuto in mente è quello di Waits, nonostante ciò sono a loro modo "strani" e Waits in merito questo torna nuovamente comodo. Tranquilli, nessun copia a carbone di Rain Dogs e nemmeno di Alice (per quanto non freghi a nessuno io amo di più il tardo Waits che quello sperimentale, strano ma vero), i due friulani però come l’americano "deluxe" vanno a recuperare una radice blues per altro comune a gente come Captain Beefheart a cui a tratti assomigliano anche di più nel loro essere decisamente deliranti. Nell’economia del gruppo occupa uno spazio ingombrante la voce di Clocchiati che più roca di così ci riescono giusto tre bluesman negri over settanta, capitana cuore di "manzo" e "cigarette and coffee", proprio per questo parlerei proprio di canzoni. Chitarra o piano che insieme alla voce danno la spina dorsale a dei pezzi in cui Trevisan colora con dei rumori per lo più sospesi in secondo piano. Nessun nome più appropriato di Sketches dato che comunque pur trattandosi di canzoni sono appena accennate e lasciate molto grezze senza lavorarle troppo di fino, ma in questo non ho dubbi che si tratti di una scelta stilistica e non di una scarsa capacità. A volte si tratta di materiale nudo e crudo come i due papà l’hanno fatto, a volte arriva al punto a volte no ma si tratta comunque di un lavoro molto genuino ed a suo modo abbastanza stralunato a partire dal cantato che seppur immerso completamente nel blues ha un nonsochè di delirante. La musica in sé sarebbe molto sobria ma un il risultato finale non lo è per nulla, proprio per questo il disco non esula dal contesto dell'etichetta di Giust. Per quanto fra gli "abbozzi" contenuti nel disco abbia trovato una buona serie di chiaroscuri, non v'è dubbio alcuno che sia molto più difficile addentrarsi nei campi della tradizione per modellarla in qualcosa di nuovo che a cercare di fare gli "avant" buttando quattro frequenze acute non strutturate e spacciandole per "elettronica", però si tratta comunque di un campo minato. Un disco strano che proprio per questo avrà sollazzato e divertito il buon Giust, alla fine per me si tratta dell’ennesima riconferma che di matti in italian è pieno. Nota di folklore: il riff di piano e la melodia del secondo pezzo si adatta se non ricalca le stesse identiche note di una vecchia hit di Cindy Lauper e scusate se è poco.

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