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The Vaselines – 28/01/12 Bronson (Ravenna)

Reunion. Best of suonati pedissequamente. Ignobili crowdpleaser degni dei peggio leccapiedi del pubblico da letteratura di serie Z. Di solito, forse sempre, considero così le tragicomiche pantomime atte a finanziare le pensioni di artisti caduti nel dimenticatoio tanto rapidamente quanto velocemente salirono alla ribalta. Non ci sono questioni che tengano: i concerti canzone per canzone dei dischi preferiti dei fan sono il male. Il commercio più becero e più smaccatamente senza vergogna disponibile sul mercato, anche, indipendente.
Fanno bene gli artisti, per carità, a tirarsi su il gruzzolo che non fecero all’epoca, sia chiaro. Ma il sistema inaridisce la comunicazione e la generazione di nuovi fenomeni dal basso, finendo per succhiare all’osso quel poco di ciccia ancora disponibile: con l’esaurimento dell’ultimo pezzo di carne disponibile chiuderemo e passeremo tutti subito ad altro. Con questo sentimento in corpo (ed avendo evitato accuratamente le sirene di molti di detti live, cascando solo su Pixies e Breeders negli anni) finisco per affrontare i Vaselines.
Il rischio “concerto del disco migliore dall’inizio alla fine” è già assicurato data l’esigua discografia della band, ma il loro gioioso Vaselines - Eugenemenefreghismo, già evidente nella loro produzione, e la loro supposta onestà intellettuale (hanno fatto un vero nuovo bel disco PRIMA di cominciare a suonare in giro) concedono loro le attenuanti del caso.
E tali sono, menefreghisti quanto onesti, nello snocciolare tutte le loro piccole gemme, una di fila all’altra, alternando nuovi brani con vecchi classici. Inutile dire che non mancano le preferite e coverizzate canzoni del duo: le versioni di Jesus Wants Me For A Sunbeam, Molly’s Lips e Son of A Gun sono tirate e senza fronzoli come ci si aspettava. 
La band dal vivo, oltre ai due finto-litigiosi leader Frances McKee e Eugene Kelly vede un energetico smilzo simil Rick Moranis alla batteria, Michael McGaughrin, e i due superospiti della serata Stevie Jackson e Bob Kildea, entrambi già distintisi nel disco nuovo e, rispettivamente, chitarrista e bassista dei Belle & Sebastian che, da sempre, pagano, sui pezzi più bubblegum pop tirati, un tributo non da poco a questi Vaselines.
Si diceva, un innesto fortunato quanto perfetto quello dei due ospiti che, grazie alle doti del batterista, tengono in piedi e arrangiano, senza stravolgere, l’intera produzione del duo, permettendo alla coppia di prendersela con calma e tranquillità, di farsi battutine a vicenda sulle rispettive vite sessuali, sulla passione per le sculacciate e su quanto tutti loro ne meritino una buona dose alla fine del concerto.
La quarta data in Italia di questo primi mini tour nel belpaese ci ha mostrato una band vera che, anche quando si lancia nelle nuove canzoni, non si lascia intimidirVaselines - Francese dal pubblico non eccessivamente caldo: Ruined, Sex With An X, The Devil’s Inside Me e la super divertente I Hate The 80’s tengono bene il confronto con i classici cui sono alternate, Rory Rides Me Raw, Slushy, Monsterpussy, la ripescata Bitch, Oliver Twisted, Lovecraft e il bis fuori scaletta, chiesto a gran voce: la cover di Divine You Think You’re A Man.
Non ci sono grandi discussioni da fare: sono semplicemente pop. Bubblegum-pop, indie-pop, power-pop. Chiamatele come più vi piace (o più disprezzate) ma queste canzoncine dai testi un po’ poco adatti al mondo di cuoricini infranti cui sono spesso accomunati rimangono uno dei migliori segreti ormai sputtanati negli ultimi decenni. 
Per una volta lo snobbometro è rimasto in macchina, ci siamo tenuti il sorriso e l’abbiamo conservato a lungo anche alla fine del concerto. Grazie a chi li ha costretti a riformarsi e a scrivere ancora una manciata di brani, come anche a chi ne starà traendo profitto: è stato un piacere per una volta darvi i nostri soldi, in ristampe, nuovi dischi (più copie date via anche come regali di Natale) e concerto. 
I Vaselines, è innegabile, sono stati e rimangono un gruppo da one shot one kill: poche canzoni (meno di quaranta?) tutte riuscite; pochi dischi (due in trent’anni) sinceri e coerenti; pochissimi concerti (con praticamente tutti i pezzi risuonati senza ripensamenti). 
Fossero tutti così i gruppi anche le reunion risulterebbero eventi più digeribili.

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