The Swans + Xiu Xiu – 23/03/13 Interzona (Verona)

E venne il giorno, anzi, la notte degli Swans, inevitabilmente fredda e piovosa nonostante la primavera già ufficialmente iniziata da quarantotott’ore. È senza dubbio l’evento dell’anno, coronamento di una stagione, quella dell’Interzona, all’insegna della qualità, fatta di pochi nomi molto selezionati: i biglietti sono praticamente tutti esauriti in prevendita e qualche sprovveduto ritardatario sarà costretto a trovare una meta alternativa per la serata. Per chi riesce a entrare si prospetta tuttavia una serata decisamente impegnativa.
Gli Swans del nuovo corso sono preceduti dalla fama di gruppo live eccezionale, galloni guadagnati in occasione del tour del disco precedente, ma onestamentexiuxiuinterzona nulla mi toglie l’idea che l’operazione di rispolvero della vecchia ragione sociale sia dovuta, se non a puro cinismo, almeno a una buona dose di calcolo che, in tempi un cui manca solo si riuniscano i Ramones, mi fa temere una delle tante operazioni nostalgia a buon mercato. My Father Will Guide Me Up A Rope To The Sky, album tra l’altro ottimo, avrebbe potuto benissimo uscire a nome Angels Of Light e quasi nessuno se lo sarebbe filato, così come i precedenti lavori del gruppo. Quanto a The Seer, sebbene abbia il merito di imboccare una strada più personale, mi è sembrato abbastanza lontano dal capolavoro assoluto di cui tutti hanno parlato. Fra poco comunque la musica prenderà il posto delle parole e si avranno conferme e smentite.
Ad aprire ai newyorkesi, per questo tour europeo, sono gli Xiu Xiu, chiamati a riscattare la prova ignobile (non per loro completa colpa) di qualche mese fa all’Auditorium Malkovich. Contrariamente a quella sera, Jamie Stewart si presenta solo, dotato appena di una chitarra e infilato in un elegante completo grigio che ricorda quelli dei bluesman d’anteguerra, sebbene giù dal palco, abbinato allo zainetto che si porta in giro, dia più l’idea di un mormone a cui abbiano rubato la bicicletta. La scelta estetica non è evidentemente casuale (mi riferisco al folkster, non al mormone): il feeling di tutti i pezzi è da Mississippi, con la voce, unico trait d’union con gli Xiu Xiu che conosciamo, che si intona su una base di chitarra e qualche campionamento (cinguettii, rumori d’acqua che scorre, voci…), all’insegna di una musica scarna, sofferta e sentita, interpretata da un Jamie Stewart concentrato e serissimo. Riarrangiato in questa maniera il repertorio è quasi irriconoscibile e ogni confronto con gli album o con performance precedenti è onestamente impossibile, ma l’alchimia funziona: una mezz’ora intensa e poetica, alla fine della quale Stewart saluta con la mano in maniera un po’ ridicola, smonta il suo set, si rimette in spalle lo zainetto e sparisce. La sala oramai è stipata da un pubblico della più varia estrazione sociale e musicale (fanno testo le magliette di Death In June, Husker Du e… Death SS, oltre a quelle swansinterzona_2d’ordinanza), di età varia e con facce mediamente poco inclini al sorriso: tutto come ce lo aspettavamo, insomma. E parlando di fisionomie, non posso non notare, una volta che gli Swans sono schierati, come i più brutti ceffi visti aggirarsi con fare circospetto in platea, prima dell’inizio, fossero tutti componenti del gruppo: il veronese Lombroso, da lassù, sorride compiaciuto.
Raramente il palco dell’Interzona è stato così intasato, fra colonne di amplificatori e le postazioni del polistrumentista, del batterista e del percussionista, disposte ad arco introno allo spazio in cui Michael Gira, armato di chitarra, officerà il rito. Non che ci si aspettasse delle delicatezze, ma l’inizio è davvero dei meno accondiscendenti, con un pezzo inedito praticamente drone-folk, solo voce, chitarra e bordone di sottofondo; poi entrano gli altri strumenti e l’esplosione che li annuncia è probabilmente la cosa più fragorosa che si sia sentita da queste parti dai tempi in cui, nella vecchia sede, suonarono i Neurosis. Realizzo in questo momento di aver scordato i tappi per le orecchie: ovviamente è troppo tardi e me ne sto a subire i crescendo strumentali, al limite del rumore, che Gira dirige maneggiando la chitarra come un’ascia, rivolto verso i suoi musicisti. Buona parte della serata la passerà così, nel ruolo di direttore d’orchestra, a dettare i tempi dando le spalle al pubblico; altrove si lascerà andare a pose messianiche, vagamente alla Jim Morrison, raccogliendo l’approvazione, in particolare, di un personaggio che per tutto il concerto si dimenerà a braccia alzate mimando improbabili voli d’uccelli, fra l’indifferenza di Gira e l’odio, suppongo, di chi se lo trova davanti. Davanti alla figura del nerovestito leader, vero maestro di cerimonia, gli altri musicisti quasi spariscono, Thor Harris e Phil Puleo dietro a tamburi e percussioni assortite (ma il primo si cimenterà anche con clarino e trombone), Norman Westberg nel suo cono d’ombra, sulla destra, Christopher Pravdica appiattito contro gli amplificatori, Cristopher Hahn al banco della lap guitar, che abbandonerà di tanto in tanto per fornire al gruppo una terza chitarra. Doposwansinterzona_4 l’inizio poco accomodante di cui si è detto, qualcosa di minimamente rassicurante ci viene offerto dall’esecuzione della nota Mother Of The World: ne viene eseguita però solo una parte, a completarla è un nuovo inedito, Screen Shot, dall’incedere pesante e solenne. L’unico sguardo indietro è rappresentato dall’esecuzione di Coward (da Holy Money, classe 1986), noise-blues industriale reso con la brutalità di allora, in cui l’ex Cop Shoot Cop Puleo può dare il meglio di sé: raramente l’ascolto di una batteria è stato tanto doloroso. Chiusi così i conti con ciò che è stato, si guarda al futuro e sono ancora pezzi inediti in cui galleggiano frammenti di composizioni note, fra lunghi passaggi strumentali, a volte rabbiosi, altri di orientamento più folk rock, ma sempre a volume altissimo, tanto che la voce ne è spesso divorata. L’aria che si respira è la stessa di The Seer, ma dal vivo tutto assume una dimensione più consona, il cerchio quadra e si sta lì, a turno trasportarti delle cadenze scandite dal basso e dalle percussioni o attoniti ad osservare il rumore che si riversa dagli amplificatori: gli Swans oggi sono questi, ed è un gran bel sentire. Al di là dell’attenzione inevitabilmente catalizzata da Gira, a livello di suono questa è una band vera, compatta, in cui ogni elemento è fondamentale, con il suo ruolo ben definito ma anche una certa libertà di movimento, fermo restando il ruolo dirigenziale del leader. Gli Swans sono sul palco da un’ora e mezza quando parte quello che sarà l’ultimo pezzo, in realtà tre brani suonati senza soluzione di continuità, se non qualche calo di volume nei momenti di passaggio da uno all’altro, che prolungheranno il concerto di altri sessanta minuti. Si inizia con The Seer, a cui si unisce la nuova Toussaint Louverture Song, recitata in un rabbioso francese e illustrata da trucidi mimi di decapitazioni e fiotti di sangue -degni del miglior Jello Biafra– e una Oxygen che coi suoi ritmi squadrati riporta agli albori della band. È incredibile notare quanto Gira abbia ancora energia da spendere: durante The swansinterzona_3Seer ha tranciato la corda più grave della chitarra, così, deposto lo strumento, si dedica un po’ all’armonica e da vero frontman, a danzare invasato e a saltare da un lato all’altro del palco dando alla band i tempi degli stacchi. Alla soglia dei sessant’anni umilia noi del pubblico che, in piedi e fermi da così tanto tempo, cominciamo ad accusare un po’ la fatica, anche perché, nel frattempo, la temperatura della stanza è piuttosto alta. Ne fa le spese un tipo con la maglietta degli Unsane, che stramazza e ci mette un po’ a riprendersi; per pareggiare in conti, durante un prossimo concerto, il gruppo di Chris Spencer dovrà stendere un fan con la maglietta degli Swans. Nonostante la durata non si può dire che questo sia un concerto che stufa, ma è certo impegnativo e devo ammettere che, a questo punto, mi trovo a pregare perché tutto termini. E così avviene, quando vengono toccate le due ore e mezza. I sei si schierano al limite del palco per ricevere la giusta ovazione, con Gira che presenta tutti i musicisti col proprio nome e sé stesso… come Cicciolina. Ma gli applausi continuano a scrosciare e sul volto del leader, per quanto possa sembrare strano per un vecchio filibustiere, giurerei apparire un velo di commozione, prima che il gruppo guadagni il backstage. Un particolare toccante, che sparisce dai ricordi una volta vista la scritta sulla maglietta più gettonata al banchetto del merchandising: Swans – You Fucking People Make Me Sick. Amen.

Foto di Emanuela Vigna

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