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The Softone – These Days Are Blue (Awful Bliss, 2008)

La Awful Bliss è un'etichetta carrarese-napoletana sorta da poco, eppure già con radici ben piantate nel nostro piccolo mondo sotterraneo fatto di autoproduzioni e capolavori impoverati per pochi eletti. Una sorta di sorellina minore della Homesleep, con una forte propensione a guardare oltreoceano, sia nelle sonorità che nell'attitudine. These Days Are Blue, primo disco di questi Softone, progetto gravitante attorno all'orbita del cantautore Giovanni Vicinanza, nè è un esempio più che valido. Mixato a Portland nei celebri Type Foundry Studios, e masterizzato a Chicago, l'album è pregno di avvolgenti atmosfere elettroacustiche di pura scuola statunitense, oscillando tra slowcore, sofisticati arrangiamenti orchestrali di stampo beatlesiano (Hello And Say Goodbye, degna del miglior Elliott Smith periodo Figure 8), folk pop solitario che non sfigurerebbe a fianco ai vari Wilco e Son Volt (The Light, Having A Coffee), e crepuscolari, per dirla alla Bugo, "sentimenti westernati" figli di Howe Gelb e degli ottimi Lambchop delle ultime prove in studio (All My Days). Un album completamente "importabile", dunque, e godibile come pochi altri di recente sfornati dalla nostra penisola, che a tratti richiama alla mente i compianti – ahimè – ed altrettanto nostrani Midwest (su Homesleep, vedete che tutto torna?) in questa saggia e meravigliosa unione di atmosfere, sensazioni e sonorità figlie dell'America più solitaria. Da ascoltare leggendo un buon libro, (preferibilmente di Cormac McCarthy).

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