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The Lodger + Je Suis Animal + Esiotrot + Mexican Kids At Home – 06/02/09 Bardens Boudoir (Londra)

Colgo l'occasione di una recente visita nella capitale dell'impero, quello del bene, e cerco di orientarmi rispetto alle nuove coordinate di una città che "ogni tre anni cambia tutto". Sono circa sei anni dall'ultima volta e, quindi, deduco che due cicli di rinnovamento basteranno ad aver spazzato tutti quei pochi punti di riferimento che ancora avevo. E, infatti, ben poco è rimasto e, ancor meno, è destinato a rimanere. Architettonicamente, a livello di locali, negozi e persone. Ma anche nei gusti di un pubblico eterogeneo al massimo, di provenienze disparate e gusti di ogni sorta. Prendiamo ad esempio il britpop: per come lo intendevamo, si è diviso in due tronconi ben definiti: il mainstream riconosciuto in quanto tale, più rock e vendibile, e l'indiepop legittimamente figlio della defunta Sarah e della mai del tutto sopita e ventennale Slumberland.
Non mi mettete in croce se uso ancora una volta questa dicotomia che puzza di vecchio già da decenni: certo è che, a ben scandagliare nei meandri delle pubblicazioni cartacee e on line, questa linea di demarcazione è ancora, fin troppo, netta. Per una Lily Allen multimiliardaria con un paio di singolini azzeccati ci sono cinquemila Camera Obscura a rantolare nel sottobosco. Nella Londra di oggi ci sono, però, ancora sacche di ossigeno che, regolarmente, vengono mantenute in vita da sigle più o meno emerse quali Stars Of Track & Field, Twee As Fuck e simili. Proprio questi ultimi saranno i protagonisti dei djset prima, dopo e tra i live set di questa serata, a tratti tanto prevedibili nelle scelte quanto popolari, come sottolineato dagli umori allegri dei più ballerini tra i convenuti. Il Bardens Boudoir è un pub sotto il livello stradale dove, a giro, organizzano date molte delle più affamate e affermate realtà del sottobosco della capitale: Twee As Fuck, appunto, ma anche Upset The Rhythm che, come pubblicizzato sui muri del locale, inanella una stagione coi controfiocchi alle fioche luci di questo bordello moderno. Tralasciamo, in questa intirizzita serata londinese che chiude una nevosissima settimana, il tepore provato all'ingresso e le nicchie laterali da privè, per concentrarci subito sui ragazzini sul palco: i Mexican Kids At Home sono una scalcagnata compagine di meno che ventenni alle prese con un pop campagnolo e sconclusionato. Alternano voci e vocine, strumenti a fiato come la diamonica a chitarre acustiche e un cajon al posto della batteria: quasi troppo facile pensarli intenti a provare nella stalla dietro casa piuttosto che su un palco di Stoke Newington… Di messicano m'è parso avessero un po' pochino, di coeso neppure. Da risentire alla luce di un qualche maggior rodaggio. I Tortoise scritto al contrario, ossia gli Esiotrot che salgono sul palco dopo di loro, sono la classica formula del pop inglese post Beatles: due autori dalle idee non troppo radicalmente opposte che si alternano al cantato unendo le forze in una situazione evidentemente che già occhieggia alla nicchia di mercato che gli Hefner hanno lasciato vacante. Uno di loro sembra Darren Hayman, l'altro una sorta di barbutello menestrello col cappello calcato sugli occhi. Tra accordi sghembi alla Pavement e cavalcate pop, accompagnati da una sezione fiati e una batterista che non riesco a ricordare perchè ma, sono quasi certo, che mi sembri qualcuno di familiare, i due alle chitarre inanellano il loro set con disarmante regolarità: sembrano ben più esperti di quanto vogliano lasciare intendere. Spulciando poi su internet si viene a sapere che in effetti i ragazzi son ben più che sgamati: sono la punta di un collettivo di gruppi, fanzine e artisti vari, che, dal sud, ha puntato alla volta della capitale, conquistandosi un piccolo seguito di fan. Così si fa, bravi. Obiettivamente ci sanno fare sul palco, anche se gli amanti del bel canto si stupiranno che questo possa essere chiamato pop. In conclusione del set improvvisano un'asta per comprare un loro fumetto, tirando su offerte fino alla bellezza di due pound e mezzo per una pagina sola. Il tempo di un balletto sulle note più famose di Hefner e Belle And Sebastian, tributati non solo nei djset ma filtrati senza troppe remore anche all'interno delle scelte stilistiche delle band appena ascoltate, ecco salire sul palco i Je Suis Animal. Abbiamo scoperto al volo che sbarcano per la prima tourneè in terra d'Albione ma che la provenienza è nordica: Oslo per la precisione. Un qualcosa che unisce gli Audience di Sophie Ellis Baxtor alle tirate sonico-shoegaze di certi Lush, a tratti più twee che twang nelle chitarre e con dei suoni sicuramente più gonfi, non certamente tronfi, rispetto a chi ha calcato il palco in precedenza. I punti maggiormente lisergici delle due chitarre, supportate dalla bassista e dal batterista con ottima intesa, sono sfociate in un paio di pezzi in cui facevano il pelo agli Stereolab meno krauti e più sonici. La cantante e terza chitarrista si limita a fare il suo, con il contrappunto della bassista alla voce. Bravi, ma non so se su disco meritino l'indagine. Certo è che dimostrano la vitalità della scena indiepop nordica che non si è seduta sulle sdolcinature post Cardigans ma ha continuato a mischiare le carte con vorace curiosità. Infine sul palco salgono i beniamini di questo sotterraneo: i Lodger di Leeds, una città che conoscevamo per essere ben più americana di Londra, per le sonorità che ha espresso, giunte fino a noi in una maniera o nell'altra. E, invece, qui ci offrono sul metaforico piatto d'argento una performance di cruditè Smiths mista alla senape dei James dal ritornello facile. Uno scontro non da poco. Testi ricchi di wit, chitarre divertenti e perfette nella loro scontata definizione. Una coppia basso e batteria che non sbaglia un colpo e che rasenta, letteralmente, l'accademia: gente del genere dovrebbe tenere dei corsi alle scuole di musica. La pecca: il secondo chitarrista m'è parso in gran parte inutile. La chicca: la tipa, Sarah dei The Research, che li accompagna ai cori, eccellente nella scelta di tempi e sottolineature: anche in questo sta il pop. Rincitrullito dal jetlag di un'ora e dalla lunga giornata di emozioni mi sono via via lasciato prendere anche senza eccessive resistenze dal loro riuscito intruglio. Tanto da riuscire poi a riprendere aria ancora con la testa piena delle melodie catchy del gruppo.
L'aria alla fin fine, per fredda e pungente che sia, è sempre la stessa, nella sacca d'ossigeno della nuova nicchia quanto in quella respirata in passato, mitizzata nei ricordi. Londra sarà pur cambiata ma, quando poi ti trovi lì, par sempre d'essere nello stesso posto cristallizzato nei secoli dei secoli. E, ancora oggi, l'unico caffè degno di questo nome rimane quello preso di fronte a Liverpool Station, spiace per tutti gli altri che ancora ci provano. Starò diventando conservatore, o abitudinario o scontato. Sarà. La prossima volta cercherò d'essere più giovane.

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