The Lay Llamas – GOUD (Black Sweat, 2022)

Non credo che le droghe siano sorprendenti. Raggiunto il livello di stabile assuefazione od abitudine, intendo. Dopo anni di abitudine immagino infatti che le esperienze possano divergere ma all’interno di una sfera più o meno conosciuta. Una certezza, inebriante ma non sorprendente in qualche modo, anche se rifugiarcisi o ricercare il medesimo abbraccio può essere salvifico o, molto più semplicemente, quello che cerchiamo.
Questo lungo preambolo solo per dire che l’inizio del nuovo disco di Lay Llamas (alias dietro il quale si nascondono da anni Nicola Giunta e Gioele Valenti) mi riporta esattamente lì, nella foresta di smeraldo, a ripercorrerla planando sotto le sembianze di un falco. Ma poi basta un attimo, con Acid Mother, Holy Temple (tributo a Makoto Kawabata e compari?) ed i latrati dei cani vengono trasportati nell’Albione più psichedelica e folk, con dei sentori ’60 che mi riportano in area Donovan.
Dopo un breve esercizio speziato e percussivo come Circular Time rientriamo in pieno tra spruzzi e beat d’antan, in un villaggio di gnomi di brughiera talmente inquietante da temere abbiamo panificato con la segale sbagliata per troppo tempo.
Con Back to Gobekli Tepe si abbassa il ritmo, si prendono tamburelli e le vibrazioni del giorno, per entrare in una trance polverosa e terrea. Poi altri luoghi, altre cartoline, come quelle di Valley of Vision con Gioele nel ruolo dello sciamano disturbato, che immaginiamo roteare le braccia danzando quando gli stacchi strumentali si fanno prominenti. I Lay Llamas conservano la peculiarità di inserirsi in ogni angolo del globo e di assumere le sostanze più adatte per portare i partecipanti al loro rito nella miglior situazione possibile, attraverso gli occhi del loro animale guida, lasciandoli liberi di esplorare i mille lati della loro coscienza in mille salse.
Viene quindi spontaneo chiederci se questi ovattati brani siano specchietti per le allodle oppure rappresentazioni fedeli del viaggio. Su questo non ho dubbi, non c’è furbizia alcuna qui, le barriere sono cadute e si aprono a diverse contaminazioni, come il dub di Echoes And Dust From A Future Word grazie alla chitarrina che urla Jamaica e ci bea grazie ai ripetuti stop e ripartenza
Extra Solar Africa Orchestra è un carillon sghembo e tremolante che fa muovere la testa su e giù ed arriviamo quindi già al termine del disco. Si trova una vena in qualche modo melanconica nel commiato…At The End Of The Night, con la voce di Gioele che viene accompagnata ed amplificata da un coro femminile chiude il disco e ci lascia così, piantati per terra ma con testa ed orecchie che ancora lambiscono i ricchi territori che ci hanno fatto incrociare.
Che dire quindi di questo disco dorato? Opera capace di scintillare a qualsiasi latitudine, dimostra quanto alto sia il grado di maestria sia ormai quello raggiunto da Nicola e Gioele, che lavorano di cesello con strumentazioni analogiche lasciandoci un lavoro grondante umori e tracce, tasselli di qui la nostra vita è composta.
Sudoris Umor Magna Siciliae.

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