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The Death Of Anna Karina – Lacrima/Pantera (Unhip, 2011)

Ricordo che quando mi dissero che The Death Of Anna Karina avevano svoltato in favore del cantato in italiano, subito ho avvertito una strana sensazione chiamata "Sindrome di Capovilla", uno strano effetto Emidio Clementi, senza ancora aver ascoltato una nota. E con tutto il rispetto per i nomi fatti sopra, una band con una discreta personalità, magari sarebbe potuta finire in un calderone poco distinguibile in mezzo ad altri nomi ben più spendibili. Con i DOAK i pareri spesso, da quello che ho potuto cogliere, sono stati sempre abbastanza netti, senza troppe sfumature (una su tutte: meno personali dei connazionali With Love). Questo disco sicuramente spaccherà ancora di più i fronti e le convinzioni di ognuno. Dopo poco più di un lustro dal New Liberalistic Pleasures, la Morte di Anna Karina torna dal Blocco A con Lacrima/Pantera e gli spasmi di Giulio Bursi che tanto rimarcavano una delle caratteristiche del gruppo, lasciano il posto a invocazioni e colte citazioni (da Brecht a Samuel Beckett a Camus) che però, a differenza di colleghi più ermetici e involuti, sono chiari e comprensibili, come dovrebbe essere quando non si hanno più vie di scampo ("Quando Non Abbiamo Più Nessuna Scelta Allora Verrà La Scelta?" Tratta dall'intensa Gli Errori. E Di Fronte A Noi Il Nulla). Siamo ormai lontani dai fasti screamo degli esordi. Già una svolta c'era stata con il precedente disco: rimangono le azzeccate influenze wave, rimane pure la rabbia hardcore degli inizi tra Jesus Lizard, New Order e Refused e una capacità di scrittura sempre sopra la media. Dal vivo la band ha sempre, o quasi, convinto per compattezza e precisione; ora dopo l'ingresso dell'ex cantante dei Mourn (Adriano, il batterista dei DOAK viene proprio dal gruppo di Guastalla), sono rimasto un po' più freddino nel giudizio, a dire il vero. Il contrappasso, e non me l'aspettavo, lo fa il disco che inanella sin dall'inizio una scarica di brani: dal riff che non lascia scampo di Sparate Sempre Prima Di Strisciare, al giorno infinito di Quello Che Non C'è. Poi si precipita nell'abisso wave di Dissoluzione, con quel basso schiacciasassi o nell'incedere funereo di Anticipazione della Notte. C'è qualcosa di fiero, di ineluttabile in questi pezzi, c'è un senso del tragico (sempre presente a dire il vero nei lavori del gruppo) portato a livelli estremi. Pure il proverbiale urlo disumano dei live "Placanicaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!" viene rielaborato nell'invettiva Il Vile Omicidio, aggiornato ai casi Aldrovandi o Cucchi. Non fatevi ingannare, come è successo a me, se al minuto 1.33 della prima traccia sembra di sentire un Vasco, chiaramente incazzato che canta "Perché non è possibileeeeeeee …"; è un'impressione che svanisce in 3 secondi netti lasciando il posto ad una cavalcata lacerante. In chiusura Strumentale, quasi una pausa da quel vomitare continuo di testi scuri come la pece e privi di speranza alcuna, prima del più tragico e assurdo racconto che possiate aver mai sentito, recitato nel brano Per Scherzo. Horror vacui, la notte, il nulla. Come direbbe un collega: "la muerte y la mierda. Olè!" Anni fa per descrivere la grandezza di un disco dei Death un recensore di Metal Shock, di cui non ricordo il nome, scrisse più o meno che "tra Angeli Morbidi, Corpi Cannibali, Atei e Deicidi, la Morte è e resta una sola". Qua tanto per fare della prosopopea, direi che al teatrino della politica (e degli orrori) preferisco la tragica nouvelle vague della Morte di Anna Karina.

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