The Bowerbirds – Hymns For A Dark Horse (Dead Oceans, 2008)

Che, da qualche parte, la quadratura del cerchio dovesse arrivare, era ovvio. Pacifico era che, per qualche folkster impazzito che si trasferisce prima a Parigi poi a Budapest (A Hawk And A Hacksaw) per impadronirsi delle tradizioni locali, o per qualche giovane virgulto blandamente interessato alle dinamiche mediterranee (Beirut) colte nella loro pura essenza melodica, ci sarebbe stata una rilettura del proprio canzoniere folk: proprio inteso come puramente Americano, scritto in quelle capanne di legno, a balloon frame, tra Appalachi e Blue Ridge Mountains, tra Mount Shasta e Mount Eerie. L'indie-pop-folk, in maniera dissimile dai recuperi hippie del giro dei Vetiver e dell'ormai inseritissimo outsider Devendra Banhart, sta trovando nuova linfa proprio nello spurgare le influenze balcanico-francesizzanti dalle composizioni degli sdoganatissimi campioni, citati in apertura, per ritrovare delle sonorità, forse non pure, ma, sicuramente, sincere. Lontani dai clamori della blogosfera che circondano i "californiani" Fleet Foxes, ma ben schierati in apertura nel tour europeo del caso dell'anno Bon Iver, i Bowerbirds, da Raleigh nella Carolina del Nord, mettono insieme un disco di canzoni decisamente importanti. Bozzetti acustici, certo, che sono classificabili da qualche parte tra le varie filiazioni del Will Oldham più rurale, toccasana per gli orfani della saga dei Palace, eco splendidamente rinverdita dalla conclusiva Olive Hearts. Piccole storie dove la presente voce maschile di Phil Moore viene armonizzata dagli altri due membri del gruppo, Beth Tacular e Mark Paulson. Di base la chitarra classica arpeggiata in maniera più che tradizionale viene arricchita dalla fisarmonica, da occasionali percussioni (grancassa, bordo del rullante e tamburelli i più usati) e un violino che rifugge sempre ogni richiamo ai cugini tzigani. C'è da dire che la deriva etnica sfugge al controllo solo nel coro della seconda traccia, In Our Talons, che tradisce una vaga reminescenza di certe sonorità nordafricane. L'epicità della title track, con delle percussioni vicine agli altri paladini della rinascita del folk, made in 2008, i Dodos, è garantita ancora una volta dai cori splendidamente arrangiati. Il già citato Mount Eerie, nell'accezione del più recente monicker del prolifico Phil Elvrum aka Microphones, Mt.Eerie, rimane come riferimento per gli equilibri vocali mai incerti di canzoni come Human Hands e My Oldest Memory.
La chiusura del cerchio, dicevamo in apertura: una sorta di ideale ritorno a quel folk americano, libero da influenze eccessivamente blues del Delta o tribal-finto-indiano; figlio illegittimo del Pre-war senza scimmiottarne, in chiave hippie, movenze e storie, ancorchè magari sulla scelta degli strumenti si potrebbe discutere: una formazione tradizionalmente classica che si evolve da sola, ripulendosi, nel passaggio dell'oceano Atlantico, dagli integralismi etnici. Questi inni per un Dark Horse, accompagnano bene l'incipiente autunno: odorano di tavole di legno e strumenti tangibili, schegge sotto pelle e bevande che scaldano il cuore. Racconti intorno al fuoco di animali da salvare, crepitii e profumi rurali che i nostri lettori di mp3 ancora non riescono a sintetizzare. Cosa aspettate ancora a farvi invitare nella capanna?

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