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Tag Archives: r.e.m.

Wussy – Buckeye (Damnably, 2012)

Wussy è un progetto nato nel 2001 a Cincinnati. E’ stato scritto di loro che, dal 2005, anno in cui è uscito Funeral Dress, loro primo album, sono la migliore band statunitense. Ora, è pur vero che stiamo attraversando tempi duri e che anche musicalmente non si scherza affatto sulla quantità di robaccia che esce eccetera. E’ anche vero che io non sono il Signor Christgau, eminente giornalista e critico musicale che ha sparato la positivamente lapidaria definizione di cui sopra. Però, davvero, non mi sembra che Buckeye sia quanto di meglio gli States abbiano prodotto negli ultimi anni. Trattasi di indie rock un pò atipico (o meglio, indie rock nel senso letterale della definizione) che conta alla sezione vocal-chitarristica, oltre a Lisa Walker, Chuck Cleaver (già negli Ass Ponys che erano – nei primi anni ’90 – un qualcosa di similissimo all’anima più pop dei Pavement). …

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Gurubanana – Karmasoda (Shyrec, 2011)

Se uno dice "pop rock", voi cosa pensate? Possono due paroline così generiche inquadrare la sostanza di un disco? Non saprei, rispondetevi da soli, quello che voglio dire è che Karmasoda alle mie orecchie suona pop rock. Insomma, ascoltandolo mi vengono in mente R.E.M., mentre l’eclettismo di certi passaggi mi rimanda direttamente ai Deus, ma per certi versi anche i Pulp potrebbero fungere da termine di paragone (o, perché no? The Pretenders!). Le canzoni suonano tutte molto calibrate, si comprende che dietro c’è la ricerca e la volontà di scrivere un buon pezzo originale.

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7 Training Days – In A Safe Place (Autoprodotto, 2011)

Arriva da Frosinone, stato di Washington, il disco d’esordio del quartetto 7 Training Days. Sebbene il gruppo sia di nuova formazione, In A Safe Place, CD autoprodotto ma di qualità eccellente a partire dalla grafica di copertina (e ascoltabile in streaming qui), si pone come punto di arrivo delle vicende di musicisti attivi da tempo. E si sente.

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Steven Blush – American Punk Hardcore (Shake, 2007)

In attesa di vedere finalmente il film, ecco American Hardcore traduzione di un libro di Steven Blush che rischia di essere per l'hardcore quello che è Rip It Up & Start Again di Simon Reynolds per il post-punk.
Attenzione però: qui si parla solo di hardcore americano (se non nella postfazione dei Kina, ovviamente d'ambientazione italica ed europea), e il ritratto che ne emerge non è esattamente quello di un epoca splendida e positiva, anzi c'è abbastanza roba da smontare molti dei luoghi comuni su quegli anni e quella scena.
Ed è necessario (ora che MTV è saturata da gruppi che, nonostante i ragazzini credano il contrario, col punk hanno lo stesso legame che potrebbero avere con il valzer o il gamelan) capire da dove siamo partiti per capire meglio dove ci troviamo e, forse, dove siamo diretti. …

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