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Scott McCloud: dai Girls Against Boys ai Paramount Styles, alive and kicking!

Forse non è necessario fare introduzioni, ma visto che nel mondo che è venuto dopo l’esplosione della rete il tempo oltre che scorrere "lungo i bordi" corre molto più veloce e la memoria storica è da sempre quella che è (come forse è giusto che sia), forse è meglio dire prima di tutto un paio di cose. Al di là dei disquisizioni se sia peggio vivere in un eterno presente o essere schiavi di una memoria ipertrofica, Scott McCloud ha suonato in alcuni dei miei gruppi preferiti e ha realizzato alcuni dischi che tutt’ora restano il simulacro dei sogni bagnati di parecchi musicisti della generazione post-hardcore e noise fra tardi anni Ottanta e primi Novanta. Non pago di aver suonato in almeno due gruppi di culto come Soulside e Girls Against Boys (come se i New Wet Kojak fossero da meno…), questo neo papà è al secondo giro di boa con il suo nuovo progetto, i Paramount Styles. Seppur sia passato parecchio in sordina rispetto al potenziale di molti dei pezzi scritti da Scott, i Paramount hanno reso felici molti orfani di quel cantautorato rock "diverso" che in altre epoche aveva reso celebri gruppi come i dEUS (con cui non a caso il nostro eroe aveva collaborato). Purtroppo lo spazio di un’intervista è troppo breve per potersi sbizzarrire a fare domande su ogni singolo progetto, ma McCloud ha anche collaborato a progetti diversi come il gruppo electro-punk Operator, in cui il nostro lavorava in copia con niente poco di meno che Teho Teardo e ha prestato la voce anche al lavoro d’esordio degli String Of Consciousness di Philippe Petit.

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Harembee – Different Strokes EP (Autoprodotto, 2010)

Il progetto, attivo da diversi anni, è giunto al suo secondo EP. Una ben stringata presentazione danno di loro i cinque italiani che, nella stessa, non fanno segreto di essere stati ispirati da diversi grandi nomi tra i quali compaiono Console, Thom Yorke e Blonde Redhead. Nonostante in cima ai dichiarati riferimenti dei nostri ci sia la crème storica della scena indie-tronica tedesca – Lali Puna e Notwist per intenderci – che, ovviamente, vengono trasudati dal suono che contraddistingue la band, trovo che lo stile con cui sono arrangiati i pochi (purtroppo) pezzi sia decisamente affascinante.

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Aucan – Black Rainbow (La Tempesta, 2011)

 Il passaggio degli Aucan a sonorità molto diverse tra loro rende per certi versi il gruppo un po' un mistero. Quando sono nati eravamo tutti a dire "se ti piacciono i Battles li devi proprio vedere dal vivo" poi, in maniera estremamente naturale, si sono trasformati in qualcosa di diverso, cambiando pelle dalle radici math rock consolidate all'elettronica degna del catalogo Warp, fino a strizzare l'occhiolino al dubstep. Costante nel tempo è stato l'approccio live del gruppo, convincente e coinvolgente in entrambe le sfaccettature, che però ha sempre fatto invecchiare in un colpo solo le precedenti produzioni. …

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Rollerball – Two Feathers (Wallace, 2009)

Ecco qui il "solito" disco dei Rollerball che è come dire il solito disco dei Portishead o dei Tortoise, infatti difficilmente scendono sotto il livello medio delle loro produzioni e quindi si parla di roba mediamente bella, come sempre. Per quanto non sia convinto del fatto che si tratti del migliore disco dei Rollerball (che forse è Behind The Barber) oltre che molto piacevole da ascoltare si tratta di uno dei dischi più semplici e più raffinati della loro carriera. La voce di Mae Starr suona sempre più fine, tanto come è vero che ogni tanti imbrocca delle melodie che lasciano al tappeto, come ad esempio il finale della quarta e la settima traccia (non scrivo i titoli solo perché il font simil egizio che hanno utilizzato non è il massimo della vita da leggere).

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