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Spasmi da una primavera incombente

I tempi si avviano a diventare disperati ancora più che difficili. Repressione e risentimento la fanno da padroni. Non è più il momento di stare in cameretta a fare il punto a croce (anche perchè te la stanno portando via con tutta la mobilia), né di frequentare i corsi di scrittura creativa all'università della terza età, e neanche di passare mosce serate al clubbino sotto casa. Buttate nel cesso le vostre scorte di anti-depressivi, smettete di ficcarvi le dita in gola per vomitare le scorte di nutella che avete trangugiato, e piantatela lì di regalare soldi al vostro psicologo. E' finito il tempo dell'educazione freddina e di quello snobismo tanto rassicurante. …

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Grey Machine – Disconnected (Hydrahead, 2009)

Torna a dedicarsi al rumore Justin Broadrick, dopo le alterne vicende del progetto Jesu. Lo fa raccogliendo attorno a sé il fido Diarmuid Dalton (già collaboratore dei Godflesh e ora nei Jesu) alla batteria, Dave Cochrane (ex God e Head Of David, ora nei Transitional) al basso e Aaron Turner (Isis e vari altri) alla chitarra. Una serie di nomi importanti, ma è palesemente Broadrick, con l'umore dei tempi peggiori (il che è un bene), a condurre le operazioni, un salutare allenamento in vista della riformazione dei Godflesh prevista per l'Hellfest di quest'anno. …

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Psychofagist – Il Secondo Tragico (Subordinate, 2009)

Se anche avessi avuto dei dubbi sulla statura di questo disco e ripeto "SE" li avessi avuti, il commento che mi ha fatto un amico sulla eccentricità del disco mi avrebbe dato tutte le conferme che mancavano. Il Secondo Tragico è un disco notevole sotto diversi punti di vista: innanzitutto per i pezzi che pur viaggiando alla velocità della luce e nonostante le influenze più disparate non sembrano l'ennesimo clone dei Dillinger Escape Plan (l'influenza c'è ma non è maggiore della quantità di alcool che si trova in molte merendine confezionate), poi per il fatto stesso di mixare grind, Primus, Meshuggah, free-jazz, psichedelia e delicatessen da sangue al naso,  e infine il senso per la malattia ed una autoironia che li porta sempre su quel confine in cui ci si chiede se sia un risultato di dubbio gusto oppure tale da levarsi il cappello in segno di rispetto.

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Mir – S/T (Wallace/A Tree In A Field, 2009)

Qualcuno quest’estate mi ha parlato bene di questo trio e me l'ha presentato come un "gruppo alla Zu", ovviamente con gli Zu non c’entrano una sega (al più condividono alcune influnze), ma resta che si tratta di un disco davvero bello e con due o tre richiamini a cose che inspiegabilmente hanno finito per essere tronchi morti di certa musica pe(n)sante. E’ triste pensare che ad Europa unita, con il mondo così globalizzato non sappiamo nulla dei nostri vicini di casa (o forse non è triste ma è proprio causa di questo?) eppure è così e un po’ lo è sempre stato, infatti è accaduto che la svizzera abbia dato i natali a più di un gruppo sulla cui validità c’è poco da discutere, per ciò che concerne i Mir direi che riprendono proprio là da dove i Goz Of Kremeur e gli Alboth! hanno lasciato.

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