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Tag Archives: codeine

Adam Wolf – Songs I/II (Autoprodotto, 2018)

Adam Wolf ha due band di musica energica e chitarrosa (Wolfhand e Sleeping In), non particolarmente originali: le foto dei suoi gruppi mostrano lui e i suoi compagni di avventure con l’aria di chi suonando vuole sopravvivere alla noia della vita a Burlington nel Vermont, piccola cittadina al confine con il Canada. Imbracciata la chitarra…

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The Martha’s Vineyard Ferries – Mass. Grave (Africantape, 2013)

Da una battuta tra amici nasce il nome di questo trio formatosi quasi per caso e composto per i due terzi da chi negli anni novanta ha già dato tutto, musicalmente parlando. Ed eccolo, quindi, un suono che possiede nel suo dna l’indie rock di quegli anni, che tanti ventenni oggi provano a replicare, come per tenerlo in vita (mi ha fatto un certo effetto leggere che la cantante degli Speedy Ortiz suonava in una cover band dei Pavement). Recente poi è stata pure la sorpresa Golden Gurls su queste pagine. Il progetto Martha’s Vineyard Ferries nasce da Elisha Wiesner (Kahoots), Bob Weston (Shellac, Volcano Suns) e naturalmente l’onnipresente Chris Brokaw: questi ultimi due amici dal lontano 1991, quando Weston curava la registrazione dei Codeine in un club di Boston.

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Ka Mate Ka Ora – Violence (White Birch, 2012)

Terzo lavoro per i Pistoiesi Ka Mate Ka Ora, già trattati su questo sito con le due prove precedenti. Con Violence i fratelli Venturini ci riportano a quei suoni da fotografia sbiadita e atmosfere languide e malinconiche, che a più di una persona portavano alla mente band del sottobosco come Gregor Samsa o Timonium. Per non parlare di gruppi culto come i Codeine, coverizzati dagli stessi KMKO nell’album tributo uscito per la label di casa White Birch, anch’essa, dal nome, un chiaro omaggio all’album della band ispiratrice di tutto il movimento slocore.

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Chris Brokaw – Gambler’s Ecstasy (Damnably, 2012)

Come accennato qualche recensione fa a proposito di Geoff Farina e altre vecchie glorie, la Damnably, in Europa, sta diventando una sorta di parco naturale, una riserva protetta dove nomi più o meno grossi e pionieri del passato del rock indipendente americano (inteso più come genere che come collocazione geografica) a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo, possano oggi trovare la giusta tranquillità per continuare a fare quello che loro riesce meglio, senza cadenze temporali precise e senza nessuna pretesa di reinventare qualcosa, rispetto magari ad altri progetti di più ampio richiamo a cui comunque gli stessi partecipano o continuano a partecipare.

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