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Swedish Mobilia – It’s Not Jazz, It’s Worse (Auand, 2016)

Se non apprezzassimo da tempo gli Swedish Mobilia – il trio composto da Andrea Bolzoni alla chitarra ed elettronica, Dario Miranda a basso ed elettronica e Daniele Frati a batteria e percussioni – ce ne innamoreremmo al solo leggere il titolo di questo lavoro: sul “worse”, semplice questione di gusti, non mi pronuncio ma il ”not jazz” mi sento di sottoscriverlo. Quantomeno, è jazz nello spirito, ma lontano dalle ingessature formali che ci vengono propinate quotidianamente sotto questo nome ed utilizzato, come giustamente scritto nelle note di copertina, come catalizzatore per altri generi. It’s Not Jazz, It’s Worse è una nuova raccolta – la terza, contando anche il disco in collaborazione con Luca Aquino – che ci regala dieci improvvisazioni mediamente non più lunghe di un comune pezzo rock; non è un particolare secondario perché favorisce l’attenzione e la possibilità di seguire la musica anche per i meno ferrati in materia. Parlare di ascolto facile è forse eccessivo – siamo pur sempre in pieno territorio impro – ma sicuramente le composizioni hanno una piacevolezza e una varietà che ci permette di approcciarle senza i timori reverenziali che questa musica talvolta suscita. Merito dell’attenzione riservata alla melodia, alla capacità di montare e smontare i brani con intelligenza senza sacrificare l’espressività e alla scelta di usare l’improvvisazione come metodo di reinterpretazione di altri generi trasfigurandoli senza sfigurarli, tenendo il disco alla larga da eccessive astrazioni e autoreferenzialità. Fermo restando che nessun brano arriva alla fine così come era partito e che spesso i mutamente sono anche molto radicali, potremmo ascrivere Please, Red e Time For Tea alla categoria dei blues notturni e scheletrici (solo verso la fine alcuni assumono una forme più serrate e organiche), Two Nights In Tunisia, Dont’t You Mind?, Fifteen e Thanks For Coming al rock muscolare e storto, talvolta spigolosamente noise e We’ve Been So Kind al funk più disassato che si sia mai sentito. La palma dei migliori va tuttavia a due brani che riassumono un po’ lo spirito dell’opera: Kiss, Miss mette in mostra senza vergogna le proprie incertezze e tentativi di raggiungere una coesione che non arriva, regalandoci tre minuti e mezzo di emozione, Coffee Go parte canonicamente impro-jazz ma con una bella chitarra scontrosa, poi, quando gli strumenti trovano l’accordo, comincia a macinare del noise-rock pulsante che non perde il gusto per le storture e piacerà agli orfani degli Sightings. Che altro dire? Solo far notare che parlare di un disco impro analizzandolo brano per brano invece che in blocco nel suo fluire, è un’anomalia che dice molto della bellezza e particolarità di It’s Not Jazz, It’s Worse.

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