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Steven Blush – American Punk Hardcore (Shake, 2007)

In attesa di vedere finalmente il film, ecco American Hardcore traduzione di un libro di Steven Blush che rischia di essere per l’hardcore quello che è Rip It Up & Start Again di Simon Reynolds per il post-punk.
Attenzione però: qui si parla solo di hardcore americano (se non nella postfazione dei Kina, ovviamente d’ambientazione italica ed europea), e il ritratto che ne emerge non è esattamente quello di un epoca splendida e positiva, anzi c’è abbastanza roba da smontare molti dei luoghi comuni su quegli anni e quella scena.
Ed è necessario (ora che MTV è saturata da gruppi che, nonostante i ragazzini credano il contrario, col punk hanno lo stesso legame che potrebbero avere con il valzer o il gamelan) capire da dove siamo partiti per capire meglio dove ci troviamo e, forse, dove siamo diretti. Steven Blush…Steven Blush…questo nome non mi è nuovo, lo ricordo vagamente su dei Rumore d’epoca, credo fosse il loro corrispondente in America, e la sua firma era spesso in calce ad articoli e/o interviste a gruppi punk e h.c.
Uno che all’epoca faceva tanto (organizzare concerti e tour, ha gestito un’etichetta, ha fatto il dj per una college radio, ecc…) e difatti molti giudizi sui gruppi vengono da esperienze personali, da concerti visti in buchi maleodoranti (e di dopoconcerti in posti anche peggiori…) o da dischi procurati in qualunque modo.
Un giudizio di prima mano, a cui si affiancano frasi prese da interviste fatte con la maggior parte possibile di protagonisti dell’epoca, a volte concordi ma spesso in contraddizione tra di loro, che finiscono per creare un ritratto il più possibile fedele a quello che realmente è accaduto.
O.K., ma cos’è realmente accaduto?
Se dovessimo dare ascolto alla storiografia ufficiale la risposta sarebbe che non è accaduto nulla di interessante, che dopo il punk c’è stata la new wave, poi è emerso qua e la qualche gruppo proto-grunge (Sonic Youth, R.E.M., Husker Du) che per fortuna hanno firmato per una major sennò nessuno li avrebbe notati e infine nel 1991 è uscito Nevermind.
Spettacolo: dieci anni di nulla musicale.
In realtà la storia è andata in maniera leggermente diversa: non che non esistesse anche dell’altro (dal Pasley Underground alle prime esperienze noise), ma c’era di più, molto di più.Solo che all’epoca non se ne è accorto quasi nessuno.
Mentre i punk originali sparivano o si allontanavano, una generazione di ragazzini (età medie bassissime) decideva di suonare più veloce, più potente e più incazzato, ed ecco qualcosa che non è più punk, è hardcore: qualcuno si improvvisa musicista, qualcuno prova a stampare dei dischi, qualcuno organizza concerti, qualcuno scrive di sta roba o scatta delle foto, altri si limitano ad andare ai concerti, talvolta per ascoltare i gruppi e talvolta solo per picchiarsi.
Tutto qui, nulla di più, nulla di meno.
Eppure era abbastanza per vivere come una sorta di Vietnam personale, in cui la polizia si sentiva libera di picchiarti solo per il tuo aspetto, in cui era normale beccarsi degli insulti (dai “bravi cittadini”, dai metallari – con cui poi anni dopo emergerà una sorta di comunanza musicale-, dalle gang di strada, persino da altri punk), mentre spesso ci si riduceva a viverein squallide topaie, spesso riducendosi a rubare o a non mangiare, in cui le droghe circolavano in quantità industriali (e dove non c’erano circolava comunque parecchio alcool), in cui i musicisti attraversavano l’America vivendo con meno soldi del minimo indispensabile per tenersi in piedi per poi suonare a volte difronte a una cinquantina di persone (a seconda degli stati e delle città, un paio di centinaia erano un successone, e stiamo parlando di band oggi celebrate) per poi dormire su pavimenti.
Sto drammatizzando troppo? No, mi spiace: leggetevi cosa accadeva ad esempio a New York o a Los Angeles per vedere come molti gruppi si trovassero in situazioni francamente insopportabili, tanto che vien quasi da domandarsi cosa caspita li spingeva a vivere così, mentre in altre città la scena si riduceva a quattro gatti galvanizzati dalle gesta di un solo gruppo (il cui scioglimento portava alla morta immediata della scena cittadina), mentre in altre città ancora sembrava esserci la gara a chi spaccava più teste, spesso e volentieri per futili motivi.
Certo, non ovunque era così, Washington ad esempio aveva una scena vispa di gente che stava bene (ma il dubbio che da Ian McKaye in giù fossero tutti figli di papà con parecchi soldi da parte è spesso presente, e comunque nelle altre città erano visti come snob), San Francisco sapeva essere tranquilla e attirava profughi da mezza scena (parecchi dal Texas e dal Canada), ma dalle descrizioni direi che il resto era quasi un inferno.
Facile che emergessero contraddizioni a chili: militanti di sinistra e picchiatori fascistoidi (anche se poche erano le band dichiaratamente nazi, e alcune forse non lo erano nemmeno sul serio), gay più o menio dichiarati e omofobi oltre il limite della psicosi (gustatevi quanto erano stronzi i Bad Brains…), straight edge e tossici, palestrati in cerca di attività fisica (dalla slamdance fino alle risse vere e proprie) e performers più celebrali (dagli enormi Flipper agli ingiustamente dimenticati No Trend), e così via…
Il libro ha l’enorme merito di non censurare queste contraddizioni, ma anzi le amplifica cercando sempre di equilibrare un’opinione negativa con una positiva,aiutandosi con la mole enorm,e di interviste con cui ha costruito buona parte dell’opera, e a quel punto sta al lettore prender posizione; comunque non vi aspettate un coro omogeneo, quello che per alcuni era il massimo della vita per altri era pessimo, ed in generale non trovi due opinioni concordanti manco a pagare…
Eppure da questo casino sono emerse etichette discografiche di tutto rispetto (S.S.T. e Dischord), gruppi dal successo enorme (Black Flag, Dead Kennedys, Suicidial Tendencies, Husker Du, Replacement,…), gente poi capace di emergere in ambito mainstream (tanti fotografi e grafici) e persino nel mondo discografico “ufficiale”.
Poi, passata la metà degli anni ’80, tutto questo è morto, finito, dissolto: Blush da una serie di sue motivazioni che, condivisibili o meno, descrivono alla perfezione un ambiente che in meno di un decennio ha creato tantissimo fino a implodere su se stesso, mostrandosi nella migliore delle ipotesi come uno scoppiato reduce di guerra (My War, appunto).
Di li a poco sarebbe cambiato tutto, discografici più smaliziati avrebbero creato situazioni commercialmente interessanti, “Nevermind” avrebbe cambiato le regole del gioco portando sotto i riflettori tanto i reduci di quegli anni (con tanto di improbabili reunion di quasi tutti i protagonisti) quanto i loro eredi, si sarebbero viste band passare dai concerti negli squats e nei benefit per ogni possibile causa fino agli stadi, mentre l’immaginario e i sdegni di riconoscimento dell’hardcore sono ormai socialmente accettabili.
Tanti gli sbagli e le ingenuità che colpiscono leggendo le avventure delle band (ma anche sfighe incredibili: ad esempio il tracollo dei distributori, che porterà alla bancarotta buona parte delle etichette, a partire dalla S.S.T.), ma si rimane stupiti da come dei ragazzini di neanche 20 anni tirassero su una scena enorme semplicemente rimboccandosi le maniche senza pensare ad ogni possibile conseguenza (per molti gruppi la routine era: saliamo su un palco, facciamo un 7″ e sulla scia di quello proviamo a girare gli Stati Uniti).
L’hardcore quindi non è stato certo un mondo unidimensionale (come spesso viene descritto) ma una realtà complessa e incomprensibile dall’esterno e talvolte persino da chi ne faceva parte,e figuriamoci quindi per chi ne ha avuto sempre e comunque notizie di seconda mano, sia perchè di un altro continente, sia perchè di un’altra epoca.
Blush ci fornisce una mappa dell’hardcore americano che probabilmente è la migliore possibile, ed allo stesso tempo non si tira indietro quando deve giudicare gruppi e dischi, non censurandosi quando c’è da dire che un dato 7″ addirittura un’intera scena facevano schifo, o quando bisogna ammettere che determinati protagonisti di quel periodo erano, come minimo, delle gran teste di cazzo.
Nessuno vi chiede di dar retta a tutti i suoi giudizi (che certe volte tendono un pò troppo ad esser del tipo “all’inizio eran grandi poi han fatto schifo”: valido per le troppe band di reduci -in primis a se stessi- che ancor oggi vengono in Europa almeno una volta l’anno, ma siamo sicuri, ad esempio, che i Goverment Issue di fine carriera fossero così brutti?), ma cazzo di questi tempi in un modo o nell’altro avete la possibilità di sentirvi buona parte delle cose realmente interessanti di quella scena, quindi potete benissimo usare il libro come una guida ed in verità le ultime pagine sono una discografia più o meno completa (non ho voglia di sapere se c’è o meno il raro 7″ del tal gruppo della tal città: le manie da collezionista non mi interessano, mi interessa di più sapere chi c’era sul serio) di quello che è stato prodotto dall’hardcore americano nei suoi anni d’oro.
Ecco, se proprio dovessi trovare un difetto direi che Blush insiste un pò troppo con la sua diffidenza verso l’alternative, e verso le aperture di alcuni gruppi a soluzioni più complesse e/o melodiche.
A corredo del libro la postfazione dei Kina mostra che in Italia la situazione era meno drammatica ma non per questo con meno problemi, e fa pensare che i primi segnali di scoramento avvengano nello stesso periodo in cui per Blush avvenivano in America.
Ah, dimenticavo: se già la traduzione è validissima, l’edizione italiana aggiunge una mostruosa serie di foto (anche da concerti italiani: il Rollins che campeggia in copertina, gli Scream con Dave Grohl, gli M.D.C.) e di riproduzioni di flyers di concerti provenienti anche da collezioni italiane, dimostrazione dell’estrema cura con cui la Shake ha curato l’edizione italiana del libro.
Da avere a tutti i costi se seguiti il genere, ma anche se siete “solo” appassionati di musica: al momento è il miglior libro di argomento musicale dell’anno, ed il migliore possibile per il genere trattato.

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