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Stefano Giaccone – Come Un Fiore (La Locomotiva, 2007)

Mi ritrovo a scrivere che a parte le dovute eccezioni non ho mai sopportato il cantautorato italiano, neppure gli intoccabili come De André (che se solo, col senno del poi, vedesse e sentisse che gente ha in casa le sue raccolte, forse si sarebbe limitato ad andare a mignotte invece che scriverne nelle canzoni) e non sono neanche un fan sfegatato dei Franti, anche se rimango convinto che fossero degli eroi per vari motivi. Mi trovo a ripetere che i Franti non solo hanno avuto, hanno e a avranno, il nome più bello di sempre, ma un gruppo che suona rock e per di più melodico, in un epoca ed in una scena in cui "gli altri" sono Negazione, Kina, Contrazione, Declino, Wretched, Nerorgasmo et similia, beh, concorderete anche voi che già solo per questo meritavano il nome che si portavano. Poi Ishi, Howth Castle (per me sempre fra i migliori), Tony Buddenbrook, Orsi Lucille, Banda di Tirofisso ed in fine solo e semplicemente Stefano Giaccone. Il penultimo lavoro su Santeria mi era piaciuto davvero tanto e anche in questo le mie aspettative non sono state deluse, sebbene in realtà non si tratti proprio di un disco di Giaccone in solo, ma la sua voce e la sua figura pesano parecchio, se non realmente nella musica contenuta nel disco, senz'altro per me che scrivo (ma credo comunque pesi tanto nella fisionomia delle canzoni). Giaccone cantautore è un cugino molto alla lontana di Guccini, ma in questo caso, trattandosi a maggior ragione di una collaborazione in cui sono coinvolti Airportman (di cui avevamo recensito poco tempo fa un bel lavoro su Lizard), due Perturbazione, Dylan Fowler, Ale Malaffo, Art, il genoma finisce per mischiarsi e la parentela non è più così chiara. Ciò nonostante, gli estimatori del naturalizzato torinese (chissà poi perchè) comprino senza indugi, non rimarranno delusi: voce, testi e anche atmosfere sono immutate. La musica varia poco più nella forma che nella sostanza poiché credo che di comune accordo non detto, i musicisti coinvolti si siano spinti in direzione della forma canzone di modo da far calzare perfettamente il lavoro addosso a Stefano. Folk di qualità o cantautorato di livello poco importa, sia che canti in italiano che in inglese i pezzi viaggiano in modo splendido, gli arrangiamenti di piano sulle chitarre sono sempre sobrii, sia che si tratti di acustiche o che siano arrangiamenti suonati con le elettriche. Malinconico più che depresso, ma se avete già sentito qualcosa di precedente tutto sommato credo che sappiate già quale sia la tonalità affettiva del disco. Pur non essendo certo un fan della forma canzone è un piacere ascoltare un disco del genere, anche solo per il fatto che sembra che l'ex Howth Castle scriva o canti perché ha qualcosa da dire e non perché ha qualcosa da dimostrare/dimostrarsi, dote che se vera meriterebbe di farlo proteggere al pari dei panda, dei mostri di Alien e di Mike Tyson.

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