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St.Ride – Deutschland Femdom (Solar Ipse, 2016)

Il corpus immenso della discografia degli St.Ride (tredici album, se non ho contato male), coi suoi continui mutamenti stilistici ed una coerenza di fondo invidiabile, andrebbe revisionato in funzione di ogni nuova uscita che induce a guardare sotto occhio diverso e riconsiderare le precedenti; un’impresa improba e affascinante che non è detto prima o poi non tenteremo. Per ora ci accontentiamo almeno di parlarvi di Deutschland Femdom, titolo da discaccio gothic/industrial (o a scelta punk politico con riferimento alla Merkel), e suono non facilmente definibile. Con questo disco il duo genovese esce dagli angusti spazi dell’autoproduzione e lo fa grazie alla meritoria opera della triestina Solar Ipse; certo non una major ma sicuramente una garanzia di discreta visibilità e diffusione, dovute anche alla credibilità guadagnata con l’ottimo omonimo magazine e alla qualità delle precedenti uscite che qui si conferma con un bel digipack a tre pannelli e una masterizzazione effettuata da Rashad Becker ai Dubplates & Mastering di Berlino. In tutto questo gli St.Ride cosa fanno? Ovviamente se ne escono con uno dei loro dischi più ostici. “E ce ne vuole” è il commento che sorgerà spontaneo se solo avete un minimo di dimestichezza con la loro discografia; il fatto è che essere ostici per Edo Grandi e Maurizio Gusmerini vuol dire muoversi in direzione contraria rispetto al senso del comune estremismo, senza perdersi in inutili pose, ma lavorando di sottrazione ed arrivando addirittura ad abbassare i volumi; scende anche il numero dei brani, solo tre, mentre sale (almeno quella!) la durata, intorno al quarto d’ora ciascuno. Lo dicevamo all’inizio, spiegare cosa ci sia in questo CD non è semplice. Elettroacustica? Sì, come macrocategoria ci potrebbe forse stare, almeno per la concretezza dei suoni usati, per certe spigolosità, per l’assenza di una forma stabile e codificata, ma non basta. Prendiamo Sotto Docce Di Petroli: in un’atmosfera lividissima e vuota risuonando battiti radi e lontani, a stento tenuti insieme da ronzii e suoni riverberati; è un dub riduzionista estremissimo dove anche la dilatazione propria del genere si perde nel tendersi del tessuto sonoro che viene colto un attimo prima di smagliarsi irrimediabilmente. Non è più accomodante l’autistica improvvisazione di Dispiega Le Sue Piume, fra battiti discontinui e suono rarefatto che solo a tratti si addensa, mentre Mormorando Evi Fugaci ci sprofonda in un abisso sottomarino dove non ci sono d’appiglio stridori, scariche di percussioni sintetiche, suoni acuti come spilli: ancora un pezzo che ridefinisce l’idea di dub attraverso una cupezza da far impallidire i più scuri act industrial, senza condividerne la mortale seriosità; è tutto, come recita la laconica autopresentazione del gruppo su Bandcamp “uno stupido scherzo per far crollare il mondo”. E quindi, in fin dei conti? Niente. Ce ne stiamo attoniti ad ascoltare quello che gli St.Ride non vogliono comunicarci. Non ci chiedono nulla, al limite, se volete, potete chiedere voi. E darvi una risposta.

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