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Snail Mail – Lush (Matador, 2018)

Quanti dischi indierock avete sentito in questi anni che avevano tutto al posto giusto ma non vi dicevano in realtà nulla? Io parecchi e ci provo sempre (da un certo punto di vista devo avere una qualche fede incrollabile, forse nella musica?): suoni perfetti, estetica curatissima, magari anche ottime recensioni, link, condivisioni, radio show, headliner ai festival estivi… ma non ci sono i pezzi! È la scrittura delle canzoni che è debole. Con Lindsay Jordan questo non succede, bastano trenta secondi di Habit, il suo esordio fulminante del 2016, e siete fregati/stregati (recuperatelo su bandcamp); poi l’hype si placa un po’, due anni passano, la sedicenne cresce e il pensiero che fosse un lampo isolato affiora. Chitarre jingle-jangle perfette, batteria pigra, basso super rotondo e voce perfetta per la colata di malinconia delle sue canzoni: Snail Mail è ancora qui, la magia si è ripetuta. La produzione questa volta dà una bella pacca al suono, ma le canzoni ci sono sempre: non aspettatevi una rivoluzione copernicana, se vi piace questo suono e perché no i suoi cliché, avrete da divertirvi eccome; manca un filo la ruvidità e l’immediatezza dell’esordio ma è una evoluzione naturale. Per una volta il nome gira e con merito: lasciate pure perdere i mille nuovi big al mese che vi propinano, ma Lush ascoltatelo.

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