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Slobber Pup – Black Aces (Rare Noise, 2013)

È ancora tempo di supergruppi? Se quella di associare grossi nomi è pratica mai invalsa (e anzi vitale) in ambito jazz, nel rock è in genere retaggio del passato, che tra l’altro ha raramente prodotto risultati memorabili. I musicisti che formano gli Slobber Pup appartengono al primo ambito citato, il suono del disco è a cavallo fra i due generi, il risultato quello che si è detto del secondo.
Fuori i nomi: Jamie Saft (Electric Masada e migliaia di altri) a organo e tastiere, Joe Morris (Matthew Shipp Quartet e milioni di altri) alla chitarre, Trevor Dunn (Mr. Bungle, Fantomas, Tomahawk, Electric Masada) al basso, Balazs Pandi (qualche comparasata con gli Zu e varie collaborazione, fra cui spiccano quelle con Merzbow) alla batteria, tutta gente con curriculi chilometrici e capacità tecniche indiscutibili, sfoggiate senza pudore nelle cinque improvvisazioni di Black Aces. Jazz-rock strumentale elettrico e pesante, all’insegna di un suono massimalista che, da tradizione, lascia ogni tanto spazio ai singoli strumentisti, il disco si dipana tra momenti ispirati (specie quando a guidare sono le tastiere di Saft) e altri decisamente irritanti (gli sbrodolamenti chitarristici di Morris), toccando tanto le magnificenze del prog quando certe durezze metal e jazz-core (ma che a ben vedere erano già in molto jazz-rock dei ’70). Nel complesso l’ascolto risulta comunque parecchio pesante, a meno che non siate grandi appassionati del genere o fissati della tecnica strumentale. Tornando alla domanda posta all’inizio, gli Slobber Pup rispenderebbero senza indugio di sì. Per chi scrive se ne sarebbe invece sempre potuto fare a meno.

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