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Sin Ropas – 12/02/10 Casbah (Pegognaga – MN)

Non mi capita mai quasi mai di andare in macchina con lo stereo spento, ma dopo una serata così non c'è musica che tenga, nemmeno quella del pur ottimo Holy Broken, ultimo lavoro dei Sin Ropas di cui avrete letto la recensione su queste stesse pagine. Meglio il silenzio, a preservare le sensazioni di una serata intensissima, mentre percorro la strada che dalla bassa mantovana mi riporta verso casa. Ci sono volte in cui tutto sembra perfetto: non c'è un filo di nebbia lungo tutti i trenta chilometri d'autostrada, l'arci Casbah, in cui non ero mai stato, è un locale accogliente in una bella palazzina di inizio ‘900, con una sala concerti ampia e un buon impianto, la gente che lo gestisce è simpatica e la birra buona. Tutte premesse non scontate perché si possa godere al meglio un concerto.

Prima degli americani si esibiscono i Good Morning Mike, magari un po' troppo rumoroso come gruppo d'apertura, ma iniziano ben con due brani melodici dalla ritmica serrata, secondo l'esempio degli Hüsker Dü. Alla distanza si perdono un po', indugiando in qualche lungaggine strumentale, ma c'è comunque tempo per migliorarsi, data la giovane età. 30/40 minuti di concerto e siparietto finale, apprezzato anche dai due Sin Ropas. Sì, perché dopo la defezione di Noel Kupersmith sono ridotti a duo, cosa che nel disco nuovo ha portato all'abbandono delle atmosfere quasi slowcore per addentrarsi in un folk ruvido dove la melodia è sempre accostata a una piccola dose di sporcizia: stasera lo toccheremo con mano. I musicisti si apprestano a salire sul palco, posto in un angolo della grande sala dal soffitto a capriate; a sinistra Tim Hurley, alto e brizzolato, armato di chitarra con curiosa mensola metallica a sostenere un aggeggio rumoroso; a destra Danni Iosello, stile vagamente alla Uma Thurman (ma con capello scuro) e shorts vertiginosi su cui è meglio non mi dilunghi, letteralmente circondata dagli strumenti di cui si servirà stasera, talvolta in contemporanea: tastiere, batteria e harmonium. La canzone con cui iniziano, in folk noise carico di The Fever You Fake, segna per me già un picco casbah----------------------sinropas---------350emotivo, come quelle marcature al primo minuto che indirizzano la partita nella giusta direzione. La storia del calcio ci insegna che non sempre basta, ma i Sin Ropas non sono fortunatamente squadra da gestire il risultato; amministrano però magnificamente il fluire del concerto, attraverso la lenta malinconia di Folded Uniforms seguita da Plastic Furs, con la sua freschezza che sa di mattina di sole e da Floorboards, uno dei pochi ripescaggi del passato. Dal vivo emerge ancora di più come i due siano autori di bellissime canzoni, ognuna delle quali aggiunge un tassello al mosaico che si va componendo, allargando i riferimenti e amplificando quanto di buona si evinceva dal nuovo disco. Se non fosse un termine che allude oramai a un'accozzaglia di gruppi pop slavati e volatili basterebbe parlare di indie, di quello buono; invece è meglio specificare, dire delle melodie vocali tracciate dalla voce rauca di Tim, sorrette ora da pennate acustiche ora da strascichi di rumore, da calde linee d'organo e dalla voce di Dani in seconda battuta. E il concerto prosegue con Nailed In Air e il suo ritmo serrato (per quelle che sono le medie sempre piuttosto slow dei due) e Holy Broken che ancora abbassa ritmi e volumi ma intensifica le emozioni. È quasi la fine e dopo una delle uscite simulate meno riuscite che abbia mai visto, il bis ci regala una Stolen Stars And Lights che da sola vale il prezzo del biglietto (inesistente, essendo la serata gratuita): solo voce e chitarra con Dani che ondeggia e la canta fra sé e sé. Appena spenta la musica e scesi dal palco, i due si intrattengono coi presenti, ringraziandoli e facendosi ringraziare, raccontando e ascoltando a loro volta: averne, di persone così. Ci sono sere in cui tutto è davvero perfetto.

Foto di Marcello Ferri

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