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Rock And The City – Pop Goes The world

Come sta il Pop oggi: comatoso o vivo e vegeto? Proviamo a cercare di capire che accade, ponendo più domande che risposte guardando al corrente revival degli anni Ottanta. 
Da sotto l’ombrellone, con 35 gradi e in barba alla brezza, si inizia a un certo punto della giornata a far pensieri strani. Uno piuttosto ricco di prove a favore della sua esistenza è che il progresso tecnologico ha reso la quotidianità una purea multicolore, composta da praticamente qualsiasi cosa cinque decadi di rock abbiano prodotto. Un fitto sottobosco follemente intricato, popolato da parrocchiani autoreferenziali e Salvatori della Musica, messia e paria, leccapiedi e confidenti; gomito a gomito, accomunati solo dalla persuasione della propria grandezza. Nel nostro tempo, chiunque incida qualcosa anche in 50 copie può a ben diritto dirsi parte del club: magari ha partorito il disco dell’anno o magari anche no, ma il dato statistico e tassonomico – pur schiacciante – s’ha da tenere in conto.
Il problema giace in buona parte lì: chi decide cosa è minoritario e cosa no? Le vendite ? Ma scherziamo? L’impatto sull’evoluzione stilistica? Bravi, già meglio: ma come si può valutare sul momento il peso di qualcosa che si rivelerà influente in prospettiva? Solo Scaruffi s’accorse e capì gli Slint il giorno stesso dell’uscita di Tweez, ma Egli è il Signore Piero tuo e non avrai altro Piero al di fuori di lui. Ci si deve fare una ragione del marasma e venire a patti col caos entropico, e aiuterebbe non poco smetter di correre dietro ai trend come cani accalorati, per riconquistarsi a forza il tempo del giudizio ponderato e la vita per meditare, ne frattempo (fosse possibile: il meccanismo pare nella fase di non ritorno) farla finita una buona volta di bruciare dischi dell’anno, che poi divengono capolavori del minuto secondo, come fossero cerini.
A tal proposito, e nonostante quanto appena detto, pare che uno dei ritorni più palesi sia quello dei temibili Ottanta, con tutta probabilità il decennio più (in)giustamente bistrattato di sempre: ecco riaffiorare da chissà dove Nuovi Romantici e Vecchie Rettore, spalline giganti e punk-funk, il tempo delle mele e quello delle pere. Sintomi su sintomi e segni su segni s’accavallano, e come sempre la fatica a distinguere grano e loglio prostra fino alla perdita di pazienza. Non tutto oro quel che luccicava nel decennio “glamorous” per definizione, lo si sapeva già allora, nondimeno lo stesso si può dire anche per i sixties (quanti Chad & Jeremy per un Velvet Underground?). In ogni caso – chissà mai perché – al pensiero di un revival degli Erasure un po’ le gambe tremano, e incubi si profilano all’orizzonte: un remake di Sapore Di Mare con Massimo “lobotomia frontale” Ciavarro, Milly Carlucci che massacra di nuovo Sentimental Journey il sabato sera su Canale 5 e via delirando. In tutto ciò, però, un lato positivo c’è: gli eighties portarono indubbie cose buone, l’inizio dell’imbastardimento totale tra generi in primis, poi l’esplosione dell’underground al livello immediatamente superiore (mal gestita dalle major, ma è un altro discorso), il recupero ricco degli anni Sessanta. Ecco: dal momento che già ci pensano gli Warlocks a rifare il Paisley Underground, nell’aria si percepisce la voglia di quel guitar pop di metà decennio, tra Cartolina e Creazione, respiro a pieni polmoni di brezza Byrds correndo tra i prati inseguendo Emily (a proposito: bye bye Syd…), nel cielo flash purpurei e paura della guerra nucleare un giorno sì e l’altro pure. Poi il rock è morto e risorto, l’innocenza – vedova inconsolabile – gli è andata presto dietro: lo spirito non può più essere lo stesso, e oggi rimane il desiderio di un pop frizzante e arguto che attiri l’attenzione e arricchisca la giornata. I gruppi che ci provano – pur bravi, e meno male che esistono Envelopes o Concretes – sono però gruppi e basta, non custodi di rilevanti tradizioni sonore per le generazioni future o Atlanti che si caricano sulle spalle i turbamenti di intere generazioni. C’è internet (anche) per quello, e sai il sollazzo, per cui quando va bene si resta con mezz’ora di buone canzoni in mano, ben scritte e suonate ma di rado dotate di un guizzo in più; quando butta male, l’anonimato soffocante avvolge tutto in una pantomima necrofila.
A raschiare il fondo speranzosi, tuttavia, qualcuno con un’attitudine miscelatoria figlia dei tempi lo trovi (Architecture In Helsinki e Broken Social Scene esempi di fresca data, Flaming Lips quello d’antan), che dal polpettone presente ricavano qualcosa di interessante e magari semi inaudito, che si affatica a collegare terre emerse e vi s’aggira con la bussola smagnetizzata e la mappa colma di scarabocchi. L’esplorazione è la via. Mandare a farsi benedire certezze e comodità e osare. Il Pop di Genio è il terzo segreto di Fatima, e qualcuno ce lo sta rivelando. Accorgetevene, prima che sia troppo tardi.

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