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Rock And The City – La Storia Siamo Noi

Sosteneva Lukàcs che il compito del genio è mettere ordine tra le cose, che per deduzione equivale a dire che artisticamente non si crea nulla da zero, piuttosto si tesse una rete di fili già esistenti e pronti a farsi scoprire e connettere all’infinito. Calza a pennello per tanti suoni che c’accompagnano: prima dei Velvet ci fu La Monte Young ma era avanguardia colta e non rock; prima dei fratelli Reid c’erano giustappunto Reed e soci ma non erano pop; l’ambient di Brian Eno lo avevano già in mente i Cluster ma senza l’afflato pastorale in quanto tedeschi inurbati. Si potrebbe proseguire all’infinito, però a questo giro non si parla di corsi e ricorsi storici, bensì di quella sovente benefica patologia che si suole chiamare "revisionismo". Non so se rammentate la critica rock prima del putsch imposto dal digitale, all’incirca fino al 1990 o poco dopo: a parte i padri fondatori, la tracciatura dell’evoluzione stilistica era confinata ai nomi medio grandi dei Sessanta, con il decennio seguente buono per cantautorato, hard e glam più raffinati, l’intellettualismo di Canterbury e dell’Inghilterra in opposizione pre-punk. All’arrivo del CD, con un processo di espansione pressoché irrefrenabile e pesanti ricadute sul presente, l’industria discografica trovò un vero e proprio soccorso, riciclando nel nuovo formato una manna di cataloghi a costo quasi azzerato, per sicuri guadagni e un addio agli investimenti nei nomi nuovi. Ripubblica oggi e riedita domani, la vena del rock storicizzato dalla letteratura critica s’è prosciugata, e ci siamo ritrovati sommersi da roba che non ricordavamo o di cui non avevamo minima cognizione. Da lì in poi, corresponsabile la lucida analisi di Simon Frith sulla fine della centralità del rock, fu tutto un ribaltone. Nuovo il decennio e immani le mutazioni sociali, economiche e di vita incipienti o in corso; nuovi i timori e i nemici come del tutto o quasi il pianeta, l’atteggiamento nei confronti della musica dovette adattarsi: tante e nuove le sonorità da avvicinare e dalle quali attingere, in giro da sempre e per nulla indagate o lasciate in una luce fioca. Un diluvio di folgorazioni piombò su di noi scatenando una decisiva rimessa in discussione delle certezze, conseguenze lo sdoganamento di generi considerati da ottusi puristi alla stregua di abominevole vituperio, e una sterzata vigorosa verso i livelli meno visibili del fluire stilistico. Artisti fino a poco prima considerati mere curiosità o fenomeni ai margini (George Clinton e Yoko Ono due casi esemplari in una lista lunghissima) divennero – e continuano tuttora a divenire – sommamente influenti. Ferme alcune tappe obbligatorie, il passato seguita a essere riscritto dalle trasformazioni del momento. E’ un anello di Moebius, in definitiva, giacché la riscoperta genera emulazione e la spirale cronologica evidenzia le parentele. Fuor di metafora: chi da ragazzo ha assorbito una certa musica è predisposto a ripeterla quando crea, sia che faccia l’amanuense come i Babbuini Artici o che reinventi il proprio ieri nel momento in cui ne tenta la rievocazione. Se ha un’idea – anche una sola – in testa, non gli uscirà mai la copia esatta del modello: magari saranno minime differenze, ma avranno il loro peso. Una prova? Servita: il passaggio di consegne a fine ’80 tra neo psichedelia e nuovo hard richiamava sì quanto accaduto tra 1968 e 1972, solo che di mezzo c’erano stati punk, hard core e new wave, di cui Thin White Rope e Soundgarden serbavano un saldo ricordo. Un’altra? Voilà: il kraut rock è riemerso sull’onda del post (e col padrino d’eccezione Julian Cope) evidenziando, già che c’era, le radici della "nuova" onda e del ’77 britannico (Lydon e Levene dichiarati ammiratori dei Can, chitarre e batterie londinesi le medesime dei Neu!, e mi fermo qui…), eppure la disponibilità di un siffatto bacino di materiale ha tirato la volata al "dopo rock" dal momento stesso in cui muoveva i suoi primi passi. Effetto analogo lo avrà probabilmente la riedizione dell’opera omnia dei This Heat, così come il tomo di Simon Reynolds sulla new wave. E accadrà ancora nel prossimo futuro, statene pur certi. Una volta di più, industria e progresso tecnologico si sono rivelati determinanti. Per quel che mi riguarda, sono ben felice di potermi svegliare ogni mattina con la certezza di aver di fronte un mare di sconfinate, elettriche possibilità. Anche se, in un modo o nell’altro, provengono tutte dal passato.

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