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Rock And The City – La Presa Per Il Culto

Di nuovo, Natale è qua e ha invaso la città. L’inevitabile profluvio di Best Of, Singles, Greatest Hits e cofanetti ha raggiunto e superato il livello di guardia, quello cioè da cui si inizia a invocare il divino zoomorficamente. In un tale marasma di molte ristampe dell’ovvio e qualche recupero inatteso, una domanda nemmeno troppo oziosa sale all’orizzonte… cosa conduce un’opera dal totale oblio a un limbo colmo dell’adorazione di pochi? La natura curiosa del culto, insomma, del perché e percome attorno a un disco si crea un seguito di esegeti pronti a passarne al setaccio ogni sacro solco alla ricerca di significati e penetrarne la più intima essenza, fino a farne un frammento della propria esistenza. Come che sia, volgendo lo sguardo per l’appartamento stracolmo, si manifesta la frequenza con la quale i fenomeni partiti dal basso – e lì rimasti – abbiano fatto compiere quantici balzi allo stile sonoro cui appartenevano. Come pure, allo spegnersi delle poche luci, spetti a un pugno di fedeli il compito di tener viva la fiamma in attesa di un’ipotetica, più ampia consacrazione futura. Se oggigiorno diamo per scontato lo status di capolavoro per Revolver o il White Album, roba che si vendeva a vagonate (meno rispetto a Help!, ma in ogni caso sempre a vagonate), e altrettanto facciamo con Trout Mask Replica, la cui fama fu ed è molto più ristretta, lo si deve alla maturazione di gusto e orecchio, evolutisi fino ad accettare cose ugualmente grandi malgrado la diversità formale. Sono anni ormai che la gente non si prende più a pugni durante la Sagra Della Primavera o tira bottiglie ai concerti dei Suicide: l’underground e l’avanguardia prima o poi transumano ai livelli superiori, sono assorbiti e rielaborati, a volte pure metabolizzati dall’industria in un bolo privo di proteine. Se però non c’è nessuno a soffiar sulle braci, rinvigorendo un ben riposto (quasi) segreto, si rischia che opere di valore si perdano nell’indifferenza del tempo e delle mode. Pensateci: qualora assoluti culti eighties come Vaselines o Pastels non fossero stati modello attitudinale e/o stilistico di Cobain o Calvin Johnson, a tutt’oggi non se ne serberebbe memoria che nelle camerette polverose di qualche segaiolo (italianismo per "nerd") che vive ancora con la madre, per tacer del fatto che Nirvana e Beat Happening avrebbero suonato diversamente. Non solo: far perdurare lo spirito rievocandolo nelle proprie tribolazioni sonore ha permesso al messaggio di transitare alle generazioni successive, esponendolo a successive riletture. Beffardamente, le cantilene da bambini nevrotici nell’ora di ricreazione hanno lasciato un segno e Molly’s Lips è finita su un pezzo di vinile col logo della Geffen sopra. Il segreto, allora dov’è? Forse in un impuro mix di sconsiderata genialità, energico understatement e mordace ironia, col quale si può entrare nella Storia dalla finestra e trovare la via duratura per il cuore di qualche solitario, che magari resta folgorato dal potere creativo dell’amato vinile da produrne di propri. Come affermava Eno, in pochi hanno comprato The Velvet Underground And Nico quando uscì, ma la maggior parte ha poi formato una band. Quando il cerchio si chiude, gli esiti possono essere perfino toccanti nella gioia di vedere l’allievo sdebitarsi coi precettori, e con loro rileggere la propria educazione sentimentale: ecco ancora Cobain che fa della moda unplugged uno psicodramma di sottintesi e chiama a testimoniare i Meat Puppets al banco della difesa. Per chi la musica si "limita" ad ascoltarla e ragionarci sopra sorge infine una considerazione, suffragata da congrui fatti: è la dimensione intima e allo stesso tempo moderatamente collettiva del culto a farne un'accogliente coperta di Linus; quel riconoscersi tra simili, attratti da confidenziale fissazione che conforta e sostiene l’individuo nel tumulto della quotidianità. Un io minimo elevato a dimensione di (sotto) gruppo, un canotto di salvataggio temporaneo o – faccia oscura della luna – un’ossessione da fase anale ritentiva. Il passo è breve, un confine tracciato col gesso, e l’attualità dei blog che azzerano valore e senso di informazioni e giudizi confonde il tutto ulteriormente (se non ti chiami Simon Reynolds, è meglio che lasci stare: vai in palestra, magari rimedi pure un po’ di sesso), al punto da farne un flusso di meri sproloqui incontrollati. La maggior parte dei "cultori" moderni non vede l’ora di trovare un nuovo pollice da succhiare e appagare la voglia di unicità, un nuovo "mini mondo" con al centro il "mini me" che allevia l’ego sbandato, in saecula seculorum. Che mondo difficile…

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