Rock And The City – Freak è Davvero Così Chic?

Del baccano gonfiato a steroidi di carta e inchiostro chiamato new (weird) folk si comincia, complice lo scorrere impietoso delle lancette, a tirare le fila e vederne esibita la corda. Per un Devendra Banhart che gioca al raffinato vagabondo su Vogue e disegna custodie di chitarra per Dior (chissà che ne pensano i fantasmi di Bolan e Drake…) e le cinguettanti Coco Rosie attese alle forche caudine del terzo album, quanto compreso nel mezzo mostra finalmente la sua vera identità. Ovverosia quella di un indirizzo stilistico che, nelle sue propaggini più sperimentali (e in larga parte indigeribili), ha come premessa la fuga dall'asfissiante metropoli e una conseguente ricerca di (ri)unione con la natura selvaggia. Ovvio che tutto ciò, per poter essere credibile, debba aver luogo solo laddove l'urbanizzazione sia concentrata in specifiche aree, in terre che offrano quale rifugio alternativo spazi estesi e incontaminati. Si spiega così perché i centri propulsori siano pertanto le zone più decentrate degli Stati Uniti e la Finlandia, mentre da noi la cosa fatica ad attecchire nonostante un Blow-Up formato turbo (si segnala in ogni caso il brillante Child Of A Creek, ragazzo che con un cd-r si presenta come un Sorrenti aggiornato e senza zavorra: vale la pena di cercarlo in rete). Dunque i presupposti erano e seguitano a essere quantomeno stimolanti, non fosse che la concretezza cinica e impassibile ha finora consegnato per lo più sbobba vetero-hippie, sbraco che cela – dietro un ritorno alla tribalità puntellato da attitudine free – l'incapacità di costruire melodie e dar forma a una gratuità da jam-dopo-la-fumata, epitome dell'estemporaneità che è storia per chi c'era e due palle per chi no. Proprio come coi filmini delle vacanze o della prima comunione, solo l'educazione impedisce di scagliare proiettore e telo dalla finestra; il confronto con l'acid folk e la psichedelia che furono – e ancora sono – è impietoso, e i più s'astengono dal sottolinearlo per interesse, mancanza di bagaglio adeguato al contraddittorio o per non accanirsi contro chi può difendersi poco o nulla. Nondimeno: c'è un'altra faccia del movimento che si mantiene all'interno dei binari della forma canzone, proponendo così ibridi avvincenti e futuribili (ad esempio gli Akron/Family, in assoluto una delle formazioni migliori in circolazione) o ritorni di fiamma verso un "nuovo classicismo" non rigido né imbalsamato, che fa dire bene di Espers e Six Organs Of Admittance. Pur nell'eterogeneità del materiale, tra visioni di futuri passati e sforzi di piegare l'attualità digitale allo spirito del vinile (come ha fatto Ben Chasny consegnando uno dei migliori dischi dell'anno in corso), si prosegue per una strada non così agevole come potrebbe parere a una prima, superficiale occhiata. La stessa  – un sentiero antico sperso in un fitto bosco – che percorrono sirene come Marissa Nadler e Josephine Foster, un occhio di riguardo per Nico e i suoi madrigali, l'altro dentro sé e nel passato collettivo, insieme lontano da e nel cuore del qui e ora. Terzo lato della medaglia: l'interesse genera una domanda, che l'offerta tende a calmare rilanciando con eccellenti ristampe, a volte sovvertitrici dei manuali di storia: le signore Bunyan e Perhacs non le avremmo mai incontrate se, a furia di citarle nelle interviste, i nuovi virgulti non avessero smosso loro le acque attorno, per non dire dell'interesse generatosi nei conforti dell'infinito pozzo di meraviglie del folk blues prebellico. Molti splendidi album sarebbero rimasti esclusivo patrimonio di elitari circoli, o li avremmo smarriti nel mare magnum di quanto è stato pubblicato da che l'opera è entrata nell'era della sua infinita riproducibilità. Alla fin fine, in modo un po' perverso, il gioco si ritorce contro gli stessi menestrelli di oggi, che vedono il castello andare all'aria se non edificato con la giusta dose di calce e mattoni. Hai voglia ad ascoltarli gli Animal Collective, che pure non sono malaccio però hanno convinto di più assieme a mammina Vashti, ma se passano sullo stereo Indian War Whoop o i Fugs la differenza si sente, e in men che non si dica arriva puntuale il ridimensionamento. E se alcuni tra i più valenti scudieri inciampano, volete che gli imbriagùn stunacc (come li chiamiamo qui al nord) o i dilettanti del bòna ‘a prima possano davvero farsi ricordare da qui a un lustro?  Solo i più adatti e forti sopravvivono: Darwin aveva ragione, checché ne dica quella Magdalene Sister in tailleur che di nome fa Letizia Serbelloni Mazzanti Moratti.

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