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Polinski – Labyrinths (Monotreme, 2011)

Colpito dalla visione di Drive, mi sono chiesto quanto a volte un buon film possa diventare quasi un capolavoro se azzecca la colonna sonora giusta. In un buon momento cinematografico e musicale per lo sci-fi, stupisce l’album di debutto di Polinski aka Paul Wolinski, già alla chitarra e ai sintetizzatori con i 65daysofstatic. Armato di laptop e qualche piccolo synth, nelle interminabili pause del tour col gruppo e nelle stanze di alberghi e tuguri, è nato Labyrinth, come via di fuga o fantomatica colonna sonora di un videogioco che mescola, con un salto spazio temporale azzardato, Mario Bros con Call Of Duty. Un progetto, nato in sordina che ha fatto parcheggiare momentaneamente la voglia di affrontare l’ultimo, colossale, M83. Tocco vintage, classe francese trapiantata nello Yorkshire e sintetizzatori pesanti e energici che sembrano spazzare via qualsiasi tentazione di avanguardia: il labirinto si snoda in tracce che non lasciano scampo, da 1985 Quest che sembra una ghost track tratta da Discovery dei Daft Punk, alla successiva Stitches che evoca la colonna sonora del film citato in premessa, specie la famosa Nightcall di Kavinsky. Gioca facile e di stomaco, e forse proprio per questo funziona, in un rave party come in club di spalla a Oneohtrix Point Never. La struttura post rock strumentale calata in un crescendo emotivo tipica del gruppo madre spunta sul finale con la cavalcata epica di Awaltzoflight: finiti i fuochi di artificio resta il sogno, il dramma e forse l’idea o la presunzione di aver fatto qualcosa di più importante che un progetto collaterale tra un check e l’altro.

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