Path Festival – 28-30/08/14, Verona

Nel panorama dei festival e appuntamenti dedicati alla musica elettronica e dintorni, una serie di eventi piuttosto capillari sparsi in tutta la penisola, da compare anche Verona. Il merito è l’associazione Morse, già segnalatasi per la programmazione invernale, che coinvolgendo alcune realtà cittadine è riuscita ad allestire un cartellone di tutto rispetto, vario sia dal punto di vista della tipologia degli appuntamenti (live set, workshop, istallazioni) e sia degli stili proposti.
Pensato come un percorso alla riscoperta di luoghi dimenticati e della scoperta di nuove sonorità, il festival si è svolto sulla durata di tre giorni in varie location cittadine; Sodapop ha presenziato dal secondo giorno: il giovedì si era svolta l’apertura, presso Porta Vescovo, con l’elettronica dei Ra-Kunesh e la sonorizzazione, nel sottopasso da poco restituito al pubblico, del duo composto da Jen Reimer e Max Stein, corno francese ed elettronica.
Il venerdì, dopo la palestra espressiva tenuta da Barokthegreat nei giardini di Palazzo Bocca Trezza, entra in scena l’ottocentesco Forte Sofia, sito in posizione dominante sui colli a nord est della città: path_01_sodinonsuonaredopo essersi guadagnati la cima attraverso una strada stretta e tortuosa scavata nella pietra, il premio è un panorama splendido e una location davvero particolare per le esibizioni della serata. Ad accogliere i presenti nei meandri della struttura è l’installazione progettata da Max Farnea, un manichino animato da una console ottica Atari con sequencer luminoso auto generativo: coi suoni in continua mutazione che inducono uno stato quasi ipnotico sarà una presenza fissa per i due giorni a venire. Il forte è già ben popolato quando inizia la performance di S’Odinonsuonare: fili di lana tesi fra alberi e ceppi di legno sonorizzati con microfoni nascosti vengono suonati, talvolta anche con piglio piuttosto violento, da una performer. Una prova che esemplifica bene il senso di tutto il festival, spazio e suono che si fanno tutt’uno; al termine la “strumentazione” viene lasciata a disposizione del pubblico, che ne potrà saggiare le qualità acustiche. L’attenzione si sposta poi sull’istallazione per ventilatore, palline da ping pong e microfoni a contatto di Randomanimale, un inno alla casualità del suono che probabilmente sarebbe piaciuta a path_02_robert_turmanJohn Cage e che certamente riscuote l’approvazione di alcuni bambini che sottolineano con urla entusiaste i momenti in cui le palline, colpendo i microfoni, genera suoni più intensi. Ma è tempo di spostarsi verso il palco, allestito nel cortile fra la casamatta e il muro perimetrale in pietra, con i pannelli geometrici assemblati dai ragazzi dell’Associazione A.G.I.L.E. a fare da sfondo. Tocca a Nicola Ratti aprire, con un set scarno e senza compromessi, in linea con quanto ascoltato sui due volumi di Ossario: poca melodia, molto ritmo con accenni anche di cassa dritta e dub, diversi momenti decisamente ipnotici. Una performance davvero buona, con l’unico difetto, incolpevole, di sparire un po’ a confronto con quella successiva. Robert Turman, che già avevo notato aggirarsi incuriosito attorno all’istallazione di S’Odi Non Suonare, si piazza dietro alle macchine per un concerto breve ma di un’intensità rara: prima ci trasporta con suoni aspri e suadenti, droni scuri che sovrastano melodie sottili, poi la tensione sale e veniamo scossi da battiti fragorosi simili a esplosioni. Ci sono anche delle immagini, proiettate sulle pietre della cinta muraria, girate in soggettiva fra strade, marciapiedi e staccionate di un quartiere, ma è abbastanza superfluo perché la vera parte visuale è tutta intorno a path_03_mudwisenoi: è il forte risuona delle frequenze che escono dall’impianto e quando sul finale le percussioni la fanno da padrone, qualcuno, da fuori, avrà forse pensato che la struttura fosse tornata alla sua antica funzione. Una performance di gran livello, a parer di chi scrive la migliore di tutto il festival. Dopo un tale picco, il clima rilassato che chiude la serata, fra il fresco delle colline, la selezione musicale e gli ultimi drink, è quanto mai benvenuto.
Il giorno seguente la brezza si è trasformata in un vento gelido che sferza il forte e fa temere il peggio, fortunatamente senza dar seguito alla minaccia. Stasera l’inizio è soft, con l’esile elettroacustica di In Its Own Tempo, nulla di memorabile ma comunque seguita da un pubblico in rispettoso silenzio. Nell’area concerti sono i synth analogici del veneziano Mudwise a dare la scossa e guadagnarsi la ribalta: dopo aver tenuto un seminario a Interzona nel pomeriggio, dà un saggio delle proprie capacità e di quelle delle sue macchine: infilando jack come un allegro chirurgo fa uscire dagli amplificatori droni, strani cinguettii, momenti ritmici, improvvisando fra grovigli di fili sempre in bilico fra ironia e serietà. La varietà dei suoni è davvero incredibile e le suggestioni infinite: immergendoci nel flusso ci troviamo ora in una discoteca, path_04_rashad_beckerora in un videogioco del tempo che fu, ora su un’astronave impegnata in un viaggio interstellare. Quando torniamo sulla terra non c’è il tempo di un respiro che già Rashad Becker è alle prese con le proprie macchine. Si parte con atmosfere mutuate dall’album Traditional Music Of Notional Species, l’impressioni di voci umane filtrate fino a diventare aliene, poi il suono evolve verso sonorità più ostiche, ma fra parti ritmiche, momenti groove, stridori e attimi di stasi emerge continuamente l’idea di ascoltare suoni di strumenti e voci ancestrali, sebbene trasfigurati in un set tutto suonato, che non dà un attimo di respiro. L’aftershow stasera è meno affollato, migrando parte del pubblico verso i locali dell’Interzona per la chiusura del festival. Lì, fra strobo che squarciano il buio e bassi che attorcigliano le viscere, One Circle e Plaster tessono trame ritmiche e bassi ipergonfi per chi ha ancora energie da spendere. Personalmente sono sempre stato un culo di pietra e invecchiando non posso che peggiorare, per cui mi limito a curiosare in giro, ormai appagato da quello che ho visto in questo due giorni. Il bilancio è largamente positivo: un cartellone con artisti italiani e internazionali di nome che, alla prova dei fatti, non ha deluso,  un’organizzazione che, al netto di qualche trascurabile problema, ha dato prova di professionalità e capacità organizzative, gestendo bene tutte le location e sapendo coinvolgere e far lavorare insieme varie realtà locali (le associazione Forte Sofia; A.G.I.L.E., Officina Fotonica e Interzona), un pubblico che ha risposto e che, a questo punto chiederà ancora. Sulla mappa ora c’è una bandierina in corrispondenza di Verona: la sfida sarà farla sventolare ancora.

Foto di Collettivo C<

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