Okkervil River – I Am Very Far (Jagjaguwar, 2011)

A costante scadenza, come un film di Woody Allen, tornano i talentuosi Okkervil River, sempre con la fedelissima Jagjaguwar. Il mio vecchio professore di chimica (ed è una delle poche cose che ricordo delle superiori) disse un giorno: "esiste l'insufficienza, il 5, e la grave insufficienza, il 4. Tutto ciò che sta sta sotto lo considero offensivo". Mi è sempre piaciuta questa frase: almeno in quella materia non c'era da sudare sette camicie per arrivare alla media del 6 con un incidente di percorso, come un 3 o peggio. Purtroppo ciò non valeva nelle altre materie. La carriera del gruppo texano sarebbe da dividere in due fasi, una antecedente al 2005 e l'altra successiva. Nella prima, manco a dirlo, il gruppo spara le sue migliori cartucce con Don't Fall in Love With Everyone You See del 2002 (bello fosse solo per il titolo) e il loro piccolo grande capolavoro Down The River Of Golden Dreams dell'anno dopo.
E qui da subito nasceva un cantautorato folk rock già maturo e pregno di pathos (complice la straordinaria voce di Will Sheff) che sapeva scrivere grandi canzoni con una naturalezza impressionante; l'altra faccia di quello che potevano essere le turbe post adolescenziali di Conor Oberst. Poi sono arrivate le conferme, a un passo dal successo in termini commerciali (Black Sheep Boy: bello anche se un piccolo passo indietro per chi scrive) e il via a dischi che viaggiavano su una media onorevole. E avanti così, diluendo un pochino il materiale, siamo arrivati a questo I Am Very Far, col quale il gruppo sembra dare l'idea di essere accerchiato, quasi soffocato, dal successone degli ex colleghi indie ora trattati come i nuovi U2, dalla quantità di accendini accesi: The National e Arcade Fire. E  arriva l'errore: quello di entrare nel loro terreno da gioco (White Shadow Waltz, Hanging From A Hit), pensando forse di ricevere almeno le dovute briciole. D'altronde cosa manca agli Okkervil River rispetto alle due band citate sopra? Nulla, e hanno ragione. Sbagliano però in questa arrendevolezza, in questa concitazione al pop (The Valley), condita di una spruzzatina di wave (Piratess). Sbagliano perchè proprio loro funzionavano nelle grandi ballate, nei suoni roots, nel pathos orchestale, qui pallidamente evocato. Ne viene fuori un disco indubbiamente piacevole, con qualche hit degna degli illustri colleghi (Lay Of – The Last Survivor, Rider, Your Past Life As A Blast) e qualche altra canzone fiocamente memore della strada abbandonata (We Need Myth, Show Yourself e la finale The Rise). Un'insufficienza grave più nel cambio di rotta che nel risultato.

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