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Ocean Music

O del perdersi e ritrovarsi quando passano le glaciazioni e le ere si consumano come noccioline al circo.
Era il 2003, come dire tanto tempo fa. Internet, si beh ok, lo usavamo. Ma era diverso. Come dire poco sfruttato, elitario, un po' snobby. Ma non piangiamo sul latte versato. Sapete com'era, no? I vostri fratelli più grandi ve ne avranno parlato. Era il 2003 e non ricordo per quale incrocio riuscimmo a portare Paolo di Komakino, una delle migliori fanzine a cavallo del millennio in Italia e uno dei migliori portali oggi per aprirsi il cervello a input buoni, a suonare a Genova. Paolo all'epoca interagiva con Christy Brewster in un duo che si mandava le registrazioni a mezzo posta e implementando i suoni, allora così demodè, della chitarra shoegaze del laziale alle sviolinate e alle voci eteree della scozzese. Con loro, stipati in macchina, un coadiuvatore a sei corde di provenienza mediterranea e un magrolino personaggio francese. Christophe si presentò come il label owner della Ocean, l'etichetta francese che avrebbe di lì a poco editato il disco.
Da poco avevano pubblicato un'uscita di Barzin, cantautore canadese prolifico e spesso presente in terra italica, e la seconda uscita sarebbero stati i My Violent Ego, così lontani dai clamori attuali dello shoegaze pop in auge oggi, così eterei e perfetti all'epoca da portarli a collaborare (voci e remix mi pare) con i Giardini Di Mirò. Poi parte internet, myspace, il popolo, le speranze, i lirisimi inaspettati, le frasi dette e non dette per aggiungere righe. E poi arriviamo ad oggi dove ci si ripresenta, otto anni dopo, una Ocean Music forte di un bel catalogo, per le ottime scelte fatte e per il gusto dimostrato.
VioletsRevengeTra gli highlight degli ultimi anni ritroviamo Christy con Kaye Brewster all'opera sotto il monicker di Violet's Revenge, un collegamento inaspettato che meglio ci aiuta a traghettarci verso le sonorità selezionate da Christophe: pop alternativo di alta qualità per un mercato, evidentemente, ben pronto ad accogliere le visioni un po' off di un presente imperfetto futuribile. In Francia, si sa, la cosa pubblica tratta la cosa musicale non come peso illegale o banca commerciale ma come fonte di cultura, e alta persino. Così un'etichetta che punta tutto sullo svecchiare partiture bolse per tracciare nuovi scenari, quasi sempre al femminile, è tutt'altro che un pesce fuor d'acqua. Vasca grande, pesci grandi: altro nome nel sacco è quello di France Cartigny, che a noi dice poco anche quando viene specificata la sua band d'appartenenza, quei Louise Attaque che in Italia non sono mai stati proposti ma che ai cugini risultano parenti di, chessò, i nostri Afterhours? Un paragone azzardato, me ne rendo conto, più come impressione che come suono, ovviamente, ma che ben rende la caratura del progetto solista dell'autrice; il risultato non è lontano da quei gran bei momenti di pop francaise firmati da Dominique A e Francoiz Breut a colazione con PJ Harvey.
Ci avviciniamo alle ultime uscite e troviamo gli Happily Ever After, con un pop d'autore, rallentato, che a tratti ricorda le prime uscite spagnole di Acuarela e Foehn, quelle più postrockate alla "Rachel se ne va alla processione del cuore nero". Grey is the day ma l'ascolto è più che roseo, consigliatissimi.
International Hyper RythmiqueL'International Hyper Rythmique alza il tiro e le consuete voci femminili (sempre presenti in queste uscite) incominciano ad incastonarsi su una cornice da postpunk evoluto e maturo, tra Interpol e la genia di canadesi popsters alla Stars e The Most Serene Republic. Il disco scorre che è un piacere, vario e ben costruito raggiungendo un insperato apice nella preconclusiva Fucked Up, un inno tra Stars, appunto, e i Metric. Le due ragazze e il ragazzo tirano di brutto su una delle uscite dalla maggiore qualità e internazionalità tra tutte quelle ascoltate della Ocean Music.
Una costante che torna spesso, con più di una uscita, è Tamara Williamson, che se vogliamo seguire il gioco di rimandi ad oltreoceano è la Feist del lotto: canzoni pop e leggere, non frivole, d'autore, con qualche scivolone di troppo verso lidi di altre canadesi, tipo la quasi dimenticata Morissette. Il suo ultimo disco culmina una carriera che l'ha portata dalla natia Londra, in giro per il mondo, a collaborare, ovviamente dove se non in Canada, per quanto ci interessa di più, anche al And Yet And Yet dei Do Make Say Think.
Hafdis Huld Ultima menzione, se ancora non vi foste già trovati a cliccare insistentemente sul link per il sito dell'etichetta in fondo alla pagina, per il folletto della compagnia, anch'ella con un curriculum da far impallidire chiunque: Hafdis Huld, già voce per i GusGus e Tricky, nel 2007 ha dato alle stampe Dirty Paper Cup, in cui il suo islandese accento fiabesco gioca a fare il pop mainstream battendo a mani basse le concorrenti. A chiudersi con la bella cover con l'ukulele di Who Loves The Sun dei Velvet Underground, alle collaborazioni messe in campo, il disco è un cerchio che si chiude per un'etichetta entrata davvero bene nel novero di quelle che farebbero meglio a pagare, e molto, una promozione su scala mondiale, per uscire, e tanto, dalla periferia dell'impero in cui, temo, risiedono.
Pane, dunque, per quei malcelati ossessionati quali quelli che, non appena sentono la voce di ragazza al microfono, comprano, supportano e scrivono a tutti di ascoltare. Forse si sono un po' perse le tracce delle soniche ingerenze di evoluzioni shoegaze e affini (i Juvetile sono un po' gli ultimi in questo senso, anche se già in chiave folkie) in favore di un indirizzo di genere ben preciso che, immaginiamo, stia portando i suoi frutti a casa. Fin qui si può solo dire ad Ocean Music, ben ritrovati e complimenti! Stavolta non vi perdiamo più!

http://www.ocean-music.com/

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