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NOFest! 2010 – 18-20/06/10 Spazio 211 (Torino)

Se c’era un festival italiano che quest’anno, anche solo sulla carta, meritava di essere visto, era sicuramente la seconda edizione del No Fest! di Torino, a causa di un’affinità tanto involontaria quanto gradita con questa webzine: basta scorrere i nomi in cartellone per vedere quanti di loro abbiano trovato spazio su queste pagine. Una selezione di gruppi italiani che per una volta non si rivela castrante grazie a una scelta che pesca in vari ambiti senza scadere in un inutile eclettismo. Così, in cerca di conferme, verifiche e curiosi di nuove scoperte, la Sodapop crew cala su Torino in discreto numero.
Lo Spazio 211 è stato organizzato in varie aree, ognuna intitolata a un illustre deceduto: due palchi (a nome Buscalgione e R.J. Dio) uno spazio per il contest di fumetti che si svolgerà il sabato (prof. Bad Trip) e uno per la partita (orrenda…) della Nazionale (Tonino Carino); fondamentale e ottimo, seppur innominato, lo spazio ristoro. Il venerdì, unico giorno completamente asciutto e che fa segnare oò picco di presenze fra il pubblico, è dedicato ad ambientarsi, ristringere rapporti e bere birra (qualcuno sarà costretto a ipotecare il banchetto dei dischi per ripagarsi delle bevute). Non è tuttavia a causa dell’alcolica bevanda ma bensì della nostra memoria alquanto labile se ciò che rimane impresso alla fine della no_fest_luminance_ratiogiornata non è moltissimo. Vale però la pena segnalare i Dvdisk, che sembrano una versione aggiornata al 2010 e con grosse dosi di dub dei Disciplinatha: voce alternata maschile/femminile, una sezione ritmica implacabile, massicce svisate elettroniche, un violino, testi (e video) decisamente politicizzati in stile posse anni ’90, et voilà il gioco è fatto! Categoria: balla e piensa. In serata abbiamo invece il piacere di farci strapazzare le orecchie dagli incontenibili Buzz Aldrin, un letale mix di P.I.L. e Liars. Ritmiche tribali, voce indolente, chitarra tutta feedback e bordate atonali; la formula è alquanto nota, ma i ragazzi lì sopra dimostrano personalità, e anche una certa faccia da schiaffi. Immediatamente dopo ecco i Movie Star Junkies per quello che rimarrà uno dei migliori concerti di tutto il festival. Forti di un album appena uscito, carichi per giocare in casa con tutto il tifo a favore, i local heroes del garage tirano fuori le loro armi migliori: concerto più che intenso e gruppo di altissimo livello. A concludere gli X-Mary di cui, per ragioni di orario, ascoltiamo solo la prima parte di concerto, apprezzatissimi dalla platea dello Spazio 211, fanno esattamente quello che tutti si aspettano da loro: ridere.
Il sabato pomeriggio la città si presenta con un cielo color piombo che atterrirebbe pure l’ispettore Callaghan e ora che ci portiamo in zona concerto cominciano a cadere le prime gocce. Ci eravamo augurati che diluviasse su quella merda di Mi Ami e invece la pioggerellina la troviamo qua. Evidentemente gli dei, oltre ad essere bianchi no_fest_hobocombocome sostenevano i D.A.F., sono pure degli indie rocker del cazzo. Nulla che intimorisca più di tanto gli organizzatori, comunque: la strumentazione del palco all’aperto viene messa il riparo e tutti i concerti spostati all’interno del locale. Per via di alcune questioni logistiche (fra cui il recupero e trasporto in loco del molto onorevole webmaster) torniamo giusto in tempo per perderci His Clancyness; il benvenuto ce lo danno quindi i Nurse!Nurse!Nurse! col loro drum & bass ipereffettato che va arricchendosi di loop vocali mutuati dal progetto il solitaria del batterista, Johnny Mox; quando li si integrerà maggiormente nel tessuto sonoro ne vedremo delle belle, ma già così il concerto è una discreta scarica di energia. È il turno del gruppo-di-un-solo-uomo Mr. Occhio, già cantante dei Fichissimi e qui impegnato in un rockabilly simpaticamente cazzone, godibile benché non sia proprio la nostra tazza di tè. Poi tocca al duo Iriondo-Bertacchini a nome Shipwreck Bag Show, fra i più attesi, almeno da noi: il nuovo album è ottimo e grande è la curiosità di sentirli dal vivo. Sostanzialmente si confermano, sebbene assillati dal problemi tecnici che amputano brutalmente Dentro La Casa, uno dei loro brani migliori, mettendo in scena un concerto teso, che re-incorpora i momenti strumentali sghembi spariti nel recente KC e valorizza i testi socio-poetici del batterista-cantante. A questo punto ci prendiamo un attimo di pausa vagando fra i no_fest_aucantemibili banchetti dei dischi, costanti attentatori delle nostre finanze; teniamo duro e limitiamo i danni. Rientriamo per Eniac (alias di Fabio Battistetti), che gioca in casa con un’elettronica sorprendentemente fisica e molto ritmica. Peccato che a volte i battiti sommergano i bei drone generati dalla macchine. I Luminance Ratio scendono in campo con la nuova formazione a quattro, postura accovacciata, chitarre a turno imbracciate da tutti i musicisti e alterate a colpi di  effetti. Lontani dalle sonorità del CD, pur senza rinnegarle completamente, giocano fra la psichedelica vagamente krauta e massimalismo noise. Nei suoi estremi un concerto coinvolgente. Buttiamo un occhio ai Miranda, non male ma decisamente meglio quelle poche volte che la chitarra sostituisce le tastiere e successivamente ai Lento, pachidermici loop strumentali che alla lunga annoiano un po’; è anche vero che sono ormai quasi otto ore che assistiamo a concerti e la resistenza è quella che è. I Canadians li saltiamo in blocco e conserviamo le ultime tacche di energia per il concerto degli Inferno. Anche se vi piacciono i loro dischi non potete capire il delirio che è un loro concerto, se non vi avete mai assistito: rock’n’roll macerato e in 3D suonato da cinque kamikaze invasati che passano forse più tempo giù dal palco che non su, trovate surreali, cazzate a iosa. Delirio totale e gran finale di giornata. L’improvvisa apparizione fra il pubblico del Capoccia, batterista degli indimenticati Concrete, benedice la volgare dimostrazione di ignoranza capitolina che questo concerto rappresenta e ci augura la buonanotte.
Il terzo giorno la pioggia dà un po’ tregua ed alcuni concerti possono svolgersi sotto la tettoia del cortile. Fra tutti segnalo almeno i King Suffy Generator, nulla di innovativo ma con un buon impatto dal vivo e Hobocombo, questi in assoluto una delle cose migliori viste in questi tre giorni. Sono Francesca Baccolini, Andra Belfi e Rocco Marchi a contrabbasso, batteria e chitarra rispettivamente, alle prese col repertorio di Moondog; roba di classe interpretata senza formalismi o eccessiva ossequiosità e vivificata da un cantato soffuso e caldo, in cui si cimentano tutti con ottimi, sorprendenti no_fest_be_maledetto_nowrisultati. Si passa all’interno per gli Aucan, a questo punto il gruppo più nominato in assoluto su queste pagine. Che dire che ancora non sia stato detto? Che fanno il solito gran concerto, con sempre meno chitarre. Ma “solito” è riduttivo, perché nel momento in cui vi sembra di aver già sentito tutto e pensate “eh, però un pezzo paraculo non ci starebbe male…” ecco  una nuova canzone con melodie vocali campionate che apre una nuova strada. Se pensate che i due pezzi migliori del set (oltre al suddetto eseguono anche il dubbone dall’andamento discontinuo che avevo già segnalato nella recensione del live all’Interzona) non sono ancora stati pubblicati, fatevi due conti su quanto questo gruppo sia in continua evoluzione. Con loro inizia un tour de force a cui non è facile sottrarsi: Stefano Pilia, effetti, chitarra ed archetto, dà vita a un concerto breve e vario, senza pause e di grande intensità. Be Maledetto Now!, sotto l’occhio vigile del loro mecenate Onga, se ne escono con una prova ispiratissima, trame elettroniche ed elettriche che distanziano e di molto, le pur buone prove su disco; a loro il premio “sorpresa del festival”. I Lucertulas, in modalità “volume smodato”, annichiliscono la platea col brutale noise a cui sono dediti; grande spazio, con pieno merito, ai pezzi del nuovo album. Un po’ di pausa ce la prendiamo coi R.U.N.I., che fanno quello che sanno fare meglio, gli scemi; ce lo aspettiamo e approfittiamo per andare a fare la fila per la cena. La cucina è sotto pressione e c’è da attendere un po’; ci si consola intrattenendosi con la prosperosa cassiera. Fra un panino (ottimo) e un bicchiere di vino goduti con la calma dovuta ci perdiamo l’hardcore Convergente dei Dog For Breakfast e una parte dell’esibizione dei neurosisiani (molto più che su disco) Last Minute To Jaffna. Come la sera prima comincia ad affiorare la stanchezza e la violenza sonora degli Zeus! coi loro  rallentamenti e accelerazioni powerviolente non basta a svegliarci. Ci sta quindi un finale un po’ più soft con lo spettacolo divertente, con momenti assolutamente esileranti, di Musica per Bambini.
E con loro si chiude un festival che non si è limitato a tener fede alle aspettative ma ha saputo regalare, oltre alle dovute conferme, anche piacevoli scoperte, che poi è quello che un appuntamento del genere dovrebbe sempre fare. Purtroppo non è così scontato e quindi tanto maggiore è la soddisfazione di esserci trovati immersi in una situazione del genere. L’anno prossimo non mancate, noi non lo faremo.

(Recensione della giornata di venerdì a cura di Danilo Corgnati)

 

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