Metroschifter + Lucertulas – 28/11/09 Interzona (Verona)

"Quando all'inferno non c'è più posto, i morti camminano sulla terra" diceva un personaggio in Zombi di Romero. Beh, l'inferno della musica indie-pendente dev'essere ben stipato, se orde di gruppi-zombi infestano i nostri palchi con tanta frequenza. Dopo Get Up Kids, Massimo Volume, Polvo e prossimamente pure Pavement, stasera è la volta dei Metroschifter da Lousville, Kentucky, reparto geriatrico. Piuttosto noti a metà dei '90, sono tornati quest'anno con un album appena dignitoso che ora viene supportato da una decina di date in giro per l'Europa. Forse non è felicissima l'idea di mettere in apertura quegli spietati macellai dei Lucertulas: al di là delle differenze di genere, sono pochi i gruppi in giro che possano permettersi di avere i tre veneti come spalla senza rischiare figuracce. Nell'acustica finalmente buona dell'Interzona, che per la prima volta mi fa sentire distintamente la voce del bassista, le nuove canzoni, meno caotiche, senza perdere potenza e tensione, emergono in tutta la loro forza. Oltretutto, la maggior disciplina della sezione ritmica valorizza le doti del chitarrista ciabattato, che svaria da violente sferzate a fraseggi quasi melodici, sempre con grande pulizia. Pochi minuti di concerto per loro, insufficienti a saziarci ma bastanti a trapanarci le orecchie e farcele fischiare fino all'ora di tornare a casa. Ed ecco i Metroschifter. Dal loro metroschifter_live_metroschifter_live_metroschifter_live_periodo d'oro, era circa il '97, il bassista sarà ingrassato di 20 chili, attestandosi intorno a quota 150, il batterista è cambiato e Scott Ritcher, voce e chitarra, si è pelato e rinsecchito. Al tempo avevano, ricordo, anche un secondo chitarrista, ma deve essersi perso per strada, o forse il bassista se l'è mangiato. Comunque sia, i tre imbracciano gli strumenti e iniziamo a gigioneggiare (lo faranno per tutto il concerto): brutto segno. Commento di una ragazza alla mia sinistra "Beh, sono anche simpatici". Già. Il problema è che sono solo simpatici e lo spettacolo, musicalmente, è imbarazzante: i dieci anni di inattività si sentono tutti, il tiro è pari a zero e le capriole da "preso bene" di Ritcher contrastano clamorosamente con il nulla che esce dagli amplificatori. Proseguendo le cose un po' cambiano, la coesione si fa migliore, il mix di pezzi nuovi e vecchi, con la prevalenza di quest'ultimi, galvanizza i fan di vecchia data,ma il suono è inutilmente appesantito, inadatto alla scrittura, il batterista sembra il fratello paralitico dell'originale e il gruppo, nell'insieme, sembra una cover band dei Fugazi meno ispirati. Concerto breve ed è l'unica nota positiva. Eppure c'è qualcosa di peggio; a concludere la serata, o ad aprire quella danzante, dipende dai punti di vista, è Publicist, one-man-band di Sebastian Thomson dei Trans-Am: progetto per batteria, synth cafoni e vocoder, a confronto del quale i Rockets sembrano i migliori Kraftwerk. Si salvi chi può…

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